Pubblicato il: 19 ottobre, 2010

L’isola diversa

Sgombriamo la mente da ogni pensiero, apriamo il cuore,  chiudiamo gli occhi e lasciamoci cullare dal battito di mani, dalla percezione del passo lieve degli attori nonché dai loro spostamenti che attraversano lo spazio: il viaggio indefinito verso l’isola sconosciuta ha inizio.

Liberamente ispirato a Il racconto dell’isola sconosciuta d José Saramago, L’isola diversa, di Piero Ristagno e Monica Felloni, in scena il 14 e 15 ottobre presso il centro culturale Zo, esorta così lo spettatore a liberarsi dai vincoli del suo hic et nunc per avventurarsi nei meandri dell’Altro partendo dalla propria coscienza.

Come nell’opera di Saramago, il nucleo centrale dell’opera è la richiesta di una barca per intraprendere la ricerca dell’isola sconosciuta. Dopo un susseguirsi ritmico di battute tra il re e l’esploratore, il consenso è finalmente ottenuto. La quête ha inizio. Immagini, canti e danze accompagnano lo spettatore in questo percorso verso una dimensione “altra”, prismatica, multiforme. Ma una domanda martella la mente :  in un epoca in cui tutte le terre sono state scoperte e rappresentate sulla carta, è possibile che esistano terre sconosciute?

Se gli occhi della ragione portano a negare l’esistenza di territori ancora ignoti, quelli del cuore sono pronti ad affermare a gran voce che esiste una terra vergine, dunque incontaminata,  la cui essenza può essere percepita solo con una particolare predisposizione d’animo.

Il viaggio  diventa allora mise en abyme di un percorso esplorativo soggettivo nel proprio Io al fine di  stuzzicare la curiosità ossia quel desiderio, per troppo tempo sopito, di scoprire, conoscere e capire la dimensione “dell’altro diverso da noi” grazie all’adozione di una prospettiva assolutamente inedita ma anche il momento necessario durante il quale si giunge alla consapevolezza che “bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi”.  Ma il viaggio, a primo acchito, può apparire pericoloso e faticoso perché “ le acque hanno volti e sui volti affiorano tempeste” e non solo bonacce. Infatti “ non ci sono più marinai disposti a lasciare le loro navi da crociera” per intraprendere un percorso accidentato e a tratti doloroso ma necessario per poter approdare all’isola sconosciuta. Solo chi saprà e vorrà mettersi in gioco potrà godere dello spettacolo unico che solo l’Isola offre a chi sa stabilire un rapporto empatico con i suoi abitanti. È un’isola che profuma di santità perché “tutto è santo”. E non si deve convincere nessuno della grandezza del vivere poiché la vita è lì, freme, pulsa ed è pronta a manifestarsi in ogni gesto, parola, canto, danza, sorriso rivelati ora da attori e ballerini professionisti, ora da ragazzi diversamente abili che nell’altro hanno trovato il loro complemento. Ogni singolo artista trae la sua linfa vitale dall’altro. Se il passo è incerto o le gambe non hanno la forza di sorreggere il peso del corpo, l’altro è pronto a dare il suo sostegno  in un elegantissimo incastro di corpi grazie al quale il molteplice e l’individuale diventano unità.

L’amore, l’unica arma per combattere l’infingardaggine nei confronti della vita e l’indisponibilità nei confronti dell’Altro, è suggellato dal canto finale dove le singole voci si esprimono all’unisono.

Non c’è provocazione né ipocrisia in tutto questo ma solo il desiderio di dimostrare che le incertezze, il timore del confronto, l’incapacità di relazionarsi con quell’Altro che ci fa paura  nonché le barriere mentali e fisiche possono essere superate nell’Arte e con l’Arte che in questo spettacolo assume un volto totalmente umano.

Laura Gallo

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