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Lo sgombero che verrà

Al centro di Catania c’è un luogo che è una babele di lingue. Sta sotto il livello della strada, e occupa due delle voragini che si aprono in Corso dei Martiri della Libertà. Sono le più vicine a piazza della Repubblica e, nel costeggiare Via Archimede, danno vita a un quartiere che somiglia a un Suk arabo: botteghe di cinesi e pakistani da una parte, voragini con baracche dall’altra. Lì sotto vivono decine di persone e i numeri sono in aumento. La disperazione è la bandiera di questa comunità multietnica, con famiglie di bulgari e rumeni che vivono a fianco di bengalesi e mauriziani. Le baracche dell’Est Europa sono le più popolate, ammassate ai bordi del fossato e celate da barriere di lamiera. Ospitano donne di mezza età e ragazzi che é possibile vedere sul ciglio del marciapiede il pomeriggio. Gli uomini si schermiscono, negano di vivere là sotto e, quando sembrano voler parlare, dicono di conoscere solo la loro lingua. Poi spariscono dentro la voragine. Li segui attraverso gli ingressi ricavati sulla lamiera, e vedi rifiuti di plastica ammassati attorno a strutture di legno marcio. Anche quelli son parte delle baracche. Come distinguerle dall’immondizia che le circonda? Vediamo bambini giocare attorno a fuochi accesi; dalla statura, non sembrano avere più di due o tre anni. A qualche metro ci sono i bengalesi, sistemati in baracche meno sporche e rudimentali. Sono i lavavetri dell’incrocio tra Via Ventimiglia e Corso dei Martiri. Al semaforo, tra “un rosso” e l’altro, ci indicano la loro ‘abitazione’. Affermano di non conoscere gran parte degli abitanti del ‘buco’ e che i loro vicini “aumentano ogni giorno”. Si tornerà a parlare della riqualificazione di Corso dei Martiri della Libertà e, allora, Catania si ricorderà di quest’umanità calpestata e dimenticata. Sarà il bersaglio della prossima crociata del PDL?

Enrico Sciuto