Pubblicato il: 3 Marzo, 2010

Lucio Villari: “Del Risorgimento si sono smarriti i fatti”

E’ il 26 Febbraio, un afoso pomeriggio. Lucio Villari si è appena concesso una passeggiata per le vie di Catania.

«Ho appena visto a Piazza Stesicoro – ci spiega – il monumento a Vincenzo Bellini. Cosa c’è scritto sul basamento? “A Vincenzo Bellini. La Patria”. Può immaginare se oggi si intitolasse un monumento a un personaggio, scrivendoci sotto “la Patria”? Si riderebbe. Ma non c’è nulla da ridere».

Dietro al rapporto problematico con la memoria del Risorgimento, non vede il venir al pettine di nodi che riguardano l’identità di uno Stato la cui natura liberale ha faticato a introiettarsi nella coscienza nazionale, a causa dell’esclusione, in origine, di componenti importanti della vita italiana come i cattolici e le sinistre?

Penso che i nodi al pettine non siano ancora arrivati. Siamo in una fase della ricerca storica che è fase di recupero della memoria e dell’identità. Bisognerebbe finalmente poter dire delle parole definitive, chiare, ricostruire con oggettività quello che è accaduto. Solo allora i nodi verranno al pettine. Credo di aver dato con il mio libro un piccolo contributo, sottoforma di scrittura accessibile e leggera, alla diffusa possibilità che la memoria storica della nostra nazione venga in primo piano; ovvero, sia posta fra i problemi centrali della nostra vita civile, non solo della nostra cultura, ma anche della politica e della morale comune. La memoria e la storia diventano dunque un detonatore nella nostra situazione attuale, che è la condizione di una società che tende a decomporsi, fino a far fatica a riconoscersi in se stessa.

La critica al difetto della tradizione storiografica gramsciana sul Risorgimento non arriva in ritardo, rispetto alle esigenze di un’opera di ricostruzione storica come quella che Lei propone?

Arriva certamente in ritardo, ma come si dice in questi casi: “Meglio tardi che mai”. Bisogna liberare la ricerca storica dalle interpretazioni prevalentemente ideologiche. Quella di Gramsci è stata un’interpretazione acuta del Risorgimento, ma partiva da premesse ideologiche e politiche legate al clima dell’epoca. Era il clima del fascismo trionfante, dunque del fallimento dell’esperienza liberale e democratica risorgimentale. Gramsci, attraverso la sua critica del fascismo, aveva voluto rilevare il difetto di una rivoluzione incompiuta, quella che aveva appunto portato all’unificazione.

Ma era una convinzione diffusa, si direbbe oggi “trasversale”. Si pensi a Gobetti…

Sì, anche Gobetti era un critico del Risorgimento, si pensi al suo “Risorgimento senza eroi”. In realtà, gli eroi non furono solo Cavour e Cattaneo, quelli che lui individuava. Furono molti di più: centinaia di migliaia d’italiani che nella lotta di liberazione risorgimentale cercarono di dare unità e dignità al nostro paese. E soprattutto cercarono di dare all’Italia qualcosa che non aveva mai conosciuto: la libertà. E la libertà vera: quella che significa diritti civili, giustizia sociale… Valori che con la libertà sono in stretto contatto.

Dunque, il suo lavoro vuole trarre forza dalla ricostruzione fattuale. E’ lontano dalle ambizioni egemoniche dei prodotti della storiografia crociana, la più vicina alla tradizione culturale del Risorgimento…

Sì, nessuna egemonia. Qui si tratta di conoscere i fatti per poterli comprendere e giudicare. Ma se le cose non si conoscono, se il Risorgimento si legge solo attraverso quello che ci offrono i libri di scuola non se ne trarrà più nulla, non si coglierà il clima di un’epoca.

Non crede che l’ideologia sia un male necessario, senza il quale diventa impossibile coinvolgere migliaia di coscienze, com’è avvenuto in Francia con la République?

Io non sono un critico dell’ideologia, ma l’ideologia deve venire dopo la ricostruzione fattuale. Ben venga dopo. Se, viceversa, ai fatti si fa il torto di sovrapporre l’ideologia, il lavoro degli storici scade e, alla lunga, nessuna operazione politica può funzionare.

L’idea di patriottismo come religione civile democratica cosmopolita, estranea al nazionalismo, e così forte in figure come Mazzini e Garibaldi, può essere recuperata in un paese come l’Italia, che a differenza della Francia e degli Stati Uniti non ha partecipato all’esperienza di fondazione del moderno costituzionalismo liberaldemocratico?

Il patriottismo è stato un elemento importante del Risorgimento, non un fatto gregario. Senza un forte spirito patriottico il Risorgimento non ci sarebbe stato. Per il patriottismo è imprescindibile la consapevolezza del proprio essere. Il rapporto fra cultura e patria è un rapporto inestricabile, da cui dovrebbero discendere anche la coscienza e l’azione politica. Torno al Bellini: è un artista che ha onorato la Sicilia e l’Italia. Come potremmo, anche oggi, onorarlo a nostra volta, se non usando l’espressione “Patria”?!

Enrico Sciuto

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