Pubblicato il: 2 Ottobre, 2010

Ma il governo della Destra storica fu davvero un male assoluto per la Sicilia?

Si torna a parlare oggi della drammatica lotta che vide i fratelli d’Italia contrapposti nel 1861 – ’65 nel Mezzogiorno: da una parte l’esercito del neonato Regno e dall’altra renitenti alla leva, contadini, miserabili e delinquenti, a volte organizzati e condotti da ex soldati borbonici o agenti pontifici.

Com’è noto, le cause della insurrezione sono imputabili in parte alla centenaria storia di arretratezza, miseria ed ingiustizia cui furono soggette le masse contadine e il popolo minuto dell’Italia meridionale.

Le aspettative destate dal passaggio di Garibaldi, legittimate dai suoi provvedimenti rivoluzionari in favore della divisione delle terre, furono disilluse dal governo del nuovo Regno d’Italia e ulteriori disagi e difficoltà provennero dalla promulgazione delle leggi piemontesi a tutto il territorio.

Queste leggi infrangevano secolari e difficili equilibri: la leva era del tutto sconosciuta ai siciliani, con l’introduzione del libero mercato ricche e fiorenti attività economiche non ressero alla lunga la competizione con le altre concorrenti del Nord e l’abolizione del patrimonio ecclesiastico nella sola Palermo tolse il lavoro a decine di migliaia di lavoratori stagionali legato alla gestione di chiese, conventi, ospedali, contribuendo ad innescare la celebre rivolta del 1866.

Queste e molte altre cause portarono alla disperazione ed alla rivolta parte della popolazione dell’ex Regno delle Due Sicilie.

Di questa lotta armata qualcuno ha voluto parlare come guerra civile, altri come vera e propria rivoluzione con obiettivi precisi: la lotta ad uno stato invasore e la conquista di terre e condizioni di vita migliori.

Queste interpretazioni superano certamente la miope e riduttiva definizione di “brigantaggio”: grandissime colpe ebbero i vertici dell’esercito, che nella loro azione di repressione indiscriminata, accompagnata dall’incapacità di comprendere e rispettare la mentalità e l’identità dei meridionali, spinsero ulteriori forze popolari ad appoggiare la rivolta.

Pure, se questi studi ed interpretazioni hanno reso dignità e giustizia a quei tanti disperati cui la storia non aveva dato un volto, esse a volte rischiano di ignorare un preciso contesto storico, a discapito di una ricostruzione attendibile.

In particolare, la condanna della repressione include a volte la stessa scelta dell’unità italiana, che sarebbe stata attuata sulla violenza e sulla rapina delle popolazioni meridionali: un’azione priva di qualsiasi diritto e priva di appoggio o sostegno dagli Italiani, ingannati da regie occulte e cricche di borghesi e industriali bramosi di ricchezza.

La condanna dunque investe tutto il Risorgimento italiano, inteso come lungo e difficile cammino di un popolo alla sua libertà ed indipendenza; disconosce anche l’obiettivo comune di un progresso civile, economico, scientifico che avrebbe portato in seguito l’Italia al livello delle più progredite nazioni europee.

Ma, a ben considerare, alla unità italiana seguiva una immensa mole di lavoro per fare gli italiani ed aumentare le possibilità di commercio e dunque di benessere economico: i numeri relativi alla costruzione di strade, ponti, ferrovie nella sola Sicilia del 1861 – 1876 parlano di uno sforzo finanziario ed organizzativo considerevole. Si consideri che la Sicilia dell’interno fino all’unità d’Italia era pressoché priva di vie di comunicazione, e la piena di un fiume poteva isolare intere comunità per mesi.

La costruzione di uno stato comportava anche un apparato amministrativo, fatto di uffici che dovevano comunicare tramite telegrafo e diligenze postali; queste però venivano spesso assaltate dai briganti.

Urgenti provvedimenti negli stessi anni sono la fondazione di camere di commercio, la costruzione o le migliorie di porti e di fari nelle principali città costiere del meridione; l’istituzione di scuole e di istituti di assistenza, di ospedali, di un apparato fiscale capillare capace di far attingere allo Stato il necessario per far fronte a tutte queste spese.

Spese che si sommano ai costi delle guerre sostenute dal Piemonte negli anni precedenti e che dovranno servire alla lunga e logorante repressione del 1861 – ’65, per non parlare dell’imminente conflitto del 1866 con l’Austria.

La stessa renitenza alla coscrizione militare era incomprensibile da parte di chi aveva versato sangue sinora per fare l’Italia: nel parlamento di Torino, e poi di Firenze, dove pure sedevano democratici, mazziniani e garibaldini, non si tentennò mai in merito a quest’obbligo, giudicato un dovere morale da parte di tutti gli italiani.

Il malcontento e le azioni degli stessi garibaldini e mazziniani tra il 1862 e il 1870, insoddisfatti dalla incompleta unificazione, contribuivano infine ad elevare la insicurezza del nuovo Stato ed a spingere i prefetti a chiedere misure di controllo straordinarie.

Queste spese, questa perpetua condizione di fragilità e di emergenza nel primo decennio di vita del Regno d’Italia portarono all’urgenza di risolvere una situazione di anarchia e di insicurezza per le stesse popolazioni meridionali, spesso vittime di sequestri, ritorsioni e vendette private.

E dunque alla repressione violenta del brigantaggio.

La seguente questione nasce allora dalle stesse critiche mosse al governo della Destra storica: se i borbonici ed i pontifici avessero vinto questa guerra e raccolto i frutti della vittoria, avrebbero quei contadini diventati briganti, ottenuto le terre e quelle migliori condizioni di vita a cui aspiravano?

Forse avrebbero ricevuto lo stesso premio che ebbe l’armata sanfedista a ricompensa per la lotta alla Repubblica Napoletana del 1799: il poter tornare all’ignoranza ed al sonno della ragione.

Non si nega, infine, che con il brigantaggio si manifesti ai contemporanei la stessa Questione Meridionale, ma occorre comprendere la situazione di straordinaria contingenza nella quale si trovò ad operare il parlamento italiano nel primo quindicennio della sua storia per giudicare il suo operato e le sue intenzioni.

Luca Platania
(Giovane membro dell’Associazione Mazziniana Italiana, sezione di Catania)

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