Pubblicato il: 6 Febbraio, 2009

Mainhattan

francoforteWürstel, grattacieli, arte moderna, business e club notturni. Non è Manhattan, ma Mainhattan e a ricordarcelo il fatto che nella nostra torta da passeggio non c’è del dolcificante radical-chic, ma il festival dei lipidi sotto sembianze di burro. Orgoglio mitteleuropeo dell’edilizia verticale in vetro e acciaio, Francoforte in realtà ha un’anima raffinata e romantica fatta di legno e stucchi. Poco importa che gli edifici del centro storico, il Römemberg, siano in realtà frutto di una successiva ricostruzione o che la Goethe Haus di autentico abbia ben poco. Improvvisamente veniamo catapultati in un viaggio romantico fatto di caffè letterari dai divani infeltriti e dai volumi con le copertine ammuffite. I nomi dei locali evocano fausti artistici nazionali fino ad una filantropia pan teutonica con un caffè Mozart, che anticipa la falsa coscienza storica a cui la cronaca del XX secolo ci ha tristemente abituato. Ma bisogna sapere guardare al futuro e Francoforte lo ha fatto. Dimenticando l’apocalittica visione dei padri putativi Adorno e Horkheimer, che vedevano nel cinema la quintessenza del demonio capitalistico, la città si è fatta camposanto della filosofia marxista vestendosi di banche, turisti, locali e persino dell’ingiuria finale: un museo al cinema e uno alle tecnologie interattive. Francoforte è un mosaico di pulsioni, ripensamenti, buone e cattive intenzioni che si traducono in una città viva, dinamica e multietnica: le costruzioni modi lego del centro storico, lo skyline lungo il meno, i kebab turchi, le caraffe liberty piene di applewein. I dolori platonici del giovane Werther e quelli baumaniani del cowboy solitario di Murakami si corteggiano su rive opposte del Meno, uno finirà la serata a Bahnhofsviertel assoldato da qualche infreddolito imbonitore alla prostrazione di fronte a qualche insegna rossa al neon, l’altro percorrendo la riva dei musei si attarderà in qualche taverna dove scoprirà finalmente l’aspetto goliardico della vita con il flatulente Handkäs mit musik, che a sentire la traduzione sarebbe “formaggio con musica”, ma in soldoni si tratta di arie senza quartetto d’archi. Lo Zeil può diventare il lastricato dell’inferno urbano, a Bukowski sicuramente sarebbe piaciuta moltissimo. Come tutte le metropoli anche Francoforte ha le sue vie di fuga preferenziali per i fine settimana in cui la cravatta va stretta e la ventiquattrore si trasforma in uno zaino da passeggio. Seguendo il corso del Meno in un percorso degno del miglior giro dell’oca con leitmotiv in bugnato rosso, si arriva a Magonza. Il diktat delle tonalità purpuree è spezzato dalle vetrate di Chagall, ma il tutto dura giusto il tempo di raggiungere il centro cittadino dove gli occhi si riabituano ad un rosso intervallato a campiture regolari dalle altre tonalità terrose. Per i più volenterosi si caldeggia anche una visita ad Heidelberg che è a circa un’ora di treno. Gli universitari meno accorti benediranno di aver scelto Barcellona per il loro progetto Erasmus, agli altri auguro di cogliere la bellezza struggente di un paesaggio di rovine strappato da una tela del Friedrich, un sipario di rami nodosi che dal philosophenweg, la via dei filosofi, sa regalare ancora una speranza.

Luca Colnaghi

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