Pubblicato il: 2 Febbraio, 2010

Malcesine: la riva e l’orto d’Europa

C’era un tempo in cui i nobili europei compivano quello che era chiamato viaggio di formazione, viaggio che obbligatoriamente li avrebbe portati in Italia. Malcesine era il punto d’approdo al di là delle Alpi, lo stesso Goethe si dice sia passata da qui, anzi vista la sala a lui dedicata al museo di storia naturale ne abbiamo la certezza.

Malcesine è una striscia tra mare e monti, sdraiata nelle prossimità del lago di Garda verso il monte Baldo. Così, semplicemente per goderne, perché il Baldo era chiamato sin dal ‘700 il giardino d’Europa, l’Hortus Europae. Attorno sulle piane naturali crescono oleandri e limoneti, sui terrazzamenti che spigolano le montagne ci sono gli ulivi.

Nel mezzo ci sta il bel borgo dall’impianto medievale, con il porto immortalato dalle tele di Klimt e il castello Scaligero con un poggiolo che permette di sporgersi un po’ sulle acque imperturbabili del lago sul quale svetta. Qui, finisce il suo breve corso l’Aril, fiume ironicamente chiamato il più breve al mondo, perché sgorga a Cassone, li vicino, e subito si perde nel lago.

La vita attorno è quella dei pescherecci, il circolo della vita che si percorre a lente falcate tra le case disposte con ragionata simmetria e i porticati da archi a tutto tondo dalle colorazioni pastellate. Tutto è delicato, anche se concentrato in spazi angusti ritagliati alla sua natura lacustre.  Sarà per i cipressi. Sarà che il tempo sul lago si ferma come lo scorrere delle sue acque o come le navi all’ombra del mastio nelle ore di pranzo. Chiaro che di quest’atmosfera da sogno l’amministrazione pubblica abbia fatto tesoro, con una fiorente e strutturata politica matrimoniale in cui per un giorno è concesso a tutti di sposarsi in un castello e godere di una serie di servizi made in Grimm.

Ma Malcesine, borgo in provincia di Verona, è una piccola realtà.

Sulla darsena il Palazzo dei Capitani del Lago, sede del ministero della medievale Repubblica Veneta, la Gardesana dell’Acqua, come da blasone nel salone all’ingresso.  Su un architrave troviamo scolpito il motto «Stat sine morte decus», ovvero «La magnificenza non manca mai», e questo la dice lunga.

Da qui le strade si diramano o verso Porta Nuova o lungo l’acciottolata via Borre salgono al borgo vecchio fino ad arrampicarsi al castello. Di inverno ci si chiede di quale tepore sia capace in primavera, quando gli ulivi iniziano a colorare ed animare le sue pendenze. Ma anche scoprirla tra i colori uggiosi di Gennaio ha il suo perché. Si sa, prima o poi, arriverà il sole a brillare sulle facciate dei suoi palazzi. E a noi, turisti, avventori pescatori, non resta che aspettare. Con un bicchiere di grappa in mano in cui una scorza di limone anticipa il preannunciato miracolo.

Luca Colnaghi

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