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Martesana: l’hinterland che non sai

Milano, anno 2009. Proprio quando è in arrivo la bicicletta ripiegabile come una tenda 2’’, la domanda da farsi è: perché a fine di una giornata di lavoro, al posto che andare in palestra, non fare un giro lungo i navigli? La palestra l’ho sempre trovata noiosa e stressante. E’ la traduzione steroidea della fabbrica dove l’operaio di Chaplin impazziva. I rischi innumerevoli: code come al supermercato, pantaloncini femminili troppo aderenti, baldanza machile eccessiva che porta drasticamente a qualche acciacco. Poi gusti, si intende. La pista della Martesana è per tutti: è adatta alle coppie, a solinghi malinconici, allegre famigliole. Ha il suo romanticismo formato Barilla, ma si deve escludere un breve tratto di cento metri in cui si passa vicini ad un campo nomadi. Ora, Hugo sul romanticismo gitano ha costruito vere e proprie cattedrali, ma in questo caso meglio suonar il campanello più che le campane e far una piccola deviazione per evitare il tratto. Le leggende in rete su quel tratto abbondano, meglio prevenire. Il resto del tragitto è sensazionale. Lungo Naviglio, nel verde tra girasoli e campi, fiancheggiando ville patrizie seicentesche. La strada costeggia un hinterland che molti milanesi non hanno mai conosciuto nonostante l’apertura della Martesana nel lontano 1496. Iniziativa di Ludovico il Moro e progetto di Leonardo da Vinci. Insomma il cartello edile di quegli anni. Per chi volesse percorrere questi 60km in tranquillità c’è la possibilità di far sosta lungo numerose oasi e paesini. Pause pranzo incluse, anche le più particolari a base di pesciolini, lumache e rane fritte, cavedani. Il consiglio è di spingersi fino alle osterie di Groppello almeno, poi per i più volenterosi si può arrivare a Como o a Chiasso in Svizzera, ma va benissimo anche fermarsi prima. oltretutto non dimentichiamoci che fino gessate il percorso fiancheggia o si muove in prossimità alla linea verde della metropolitana. Quindi in caso di attacco di pigrizia improvvisa basta salire sul serpentone verde. Fino all’Adda il percorso è pianeggiante, costeggia piacevolmente il corso d’acqua lasciandosi alle spalle il ponte delle gabelle, cascinali, antichi casolari, borghi, orti e giardini popolati da anatre e pulcini che nel periodo estivo ogni tanto riposano nelle zone d’ombra lungo pista. Col caldo la mora da gelso da i suoi frutti che precipitano tra Gorgonzola e Inzago. Una forma piacevole di suicidio di massa se si passa nella stagione giusta. Giusto lì vicino una fontanella per lavare l’occasionale merenda. Impossibile perdersi. Basta seguire la pista ciclabile, ormai tutta asfaltata. Qualche tratto sconnesso, ma facile da macinare. Macchine e ciclomotori esclusi grazie a delle sbarre che segmentano il percorso. A Gorgonzola occorre solo cambiare lato della carreggiata e riprendere a pedalare. Una piccola scomodità subito ripagata dalla vista del cinquecentesco Palazzo Serbelloni. Così come il ponte sull’autostrada è compensato dall’imponente ruota in legno dell’antico mulino ad acqua e dal castello di Cassano d’Adda. Più avanti il parco regionale Adda Nord.

Luca Colnaghi