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Million dollar baby

9 gennaio 2009, di Tomas Mascali  Stampa articolo Segnala articolo  

million dollar baby 425x2451 Million dollar babySchermo nero. La prima cosa che sentiamo è una folla che applaude, che incita. Questo è, prima di tutto, un film sul pugilato, un film sull’emozione che si prova salendo sul ring applauditi da una folla che ti adora. Inizia con due guerrieri che si affrontano. Poi sentiamo la voce narrante: “a volte non c’è niente da fare, a volte il taglio è troppo profondo, troppo vicino all’osso”, ci dice. E non parla solo della boxe. Questo non è solo un film sul pugilato. La struttura narrativa del film è molto semplice. Crisi di un uomo, incontro con un’altra persona che riuscirà a risollevarlo, crisi del rapporto tra i due, riappacificazione. A unire i protagonisti c’è la passione per il mondo del pugilato. La svolta decisiva che la storia prende dal momento dell’incidente di Maggie (una straordinaria Hillary Swank), e il conseguente concentrarsi sul tema dell’eutanasia, potrebbe portare a credere che tutti gli incontri, tutto l’allenamento, tutta la fatica e il sudore, non siano altro che un’allegoria che rappresenta quello che dovranno poi passare i due protagonisti. Ma non è così, sono due facce della stessa medaglia. Da una lato si lotta per vincere sull’avversario, dall’altro per vincere su un destino beffardo e crudele. Forse, più ancora che il pugilato e l’eutanasia, il tema principale di questo film è proprio questo. La lotta. Lotta per emergere, per farcela in un mondo che non ti vuole, per diventare qualcuno. E per diventare qualcuno bisogna lavorare, lavorare senza pensare che qualcuno ti aiuterà. La macchina da presa si sofferma spesso su lunghe sequenze di Maggie che si allena ininterrottamente, dissolvenze su dissolvenze, colpo su colpo. Ed ecco lo stile registico e fotografico del film. Sobrio, misurato, niente fronzoli: Clint Eastwood, definito a ragione “l’ultimo aedo dell’età classica” non ha bisogno di andare a cercare il virtuosismo stilistico. Stessa cosa per quanto riguarda la fotografia, che a momenti sembra quasi un bianco e nero. Luce da una parte, buio dall’altra, con l’inquadratura tagliata nettamente in due da questi estremi. E’ la fotografia che rende fredda la palestra in cui si allena Maggie, gli spogliatoi, l’ospedale, tutto. Solo i rapporti umani tra i protagonisti riescono a scaldare l’atmosfera, ed è proprio nel modo di rapportarsi tra i vari personaggi che sta la grandezza di questo film. I dialoghi sono esemplari, con poche parole riescono a dire tutto, e soprattutto non c’è commiserazione o retorica.

Chi sono i personaggi? Sono, essenzialmente, dei perdenti, sia dal punto di vista umano che professionale. Frankie (Clint Eastwood) è un allenatore ormai in crisi, che dirige una vecchia e scalcinata palestra aiutato da Scrap (Morgan Freeman), un vecchio pugile che ha perso un occhio. Maggie viene da una famiglia disastrata, ed è ormai troppo vecchia per diventare qualcuno nel mondo della boxe. Frankie ha una figlia che non vede da anni e a cui scrive ogni giorno una lettera che non riceverà risposta. In qualche modo Maggie e Frankie erano destinati a incontrarsi. Non tanto perché lui è un grande allenatore, ma perché i due si completano a vicenda. E infatti tra i due nascerà una delicatissima storia d’amore, un amore tra padre e figlia. Il film ci presenta tre lotte: Lotta per diventare qualcuno nel mondo della boxe, lotta per la vita, lotta per essere amati. E nonostante, o proprio per merito, del finale, tutte e tre queste lotte saranno vinte.

Tomas Mascali

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