Pubblicato il: 19 Aprile, 2008

Il Mito del Faust nell’opera di Svevo

“Il Mito del Faust prende vita nell’opera di Svevo al Franco Parenti di Milano”

L’ultimo testo Sveviano scritto per il teatro è di certo quello in cui la proiezione più profonda dello spirito dell’autore si specchia totalmente nel suo protagonista.

Le frustrazioni, i desideri repressi e la personalità enigmatica dell’ormai anziano Svevo, si ritrovano tutti nel personaggio di Giovanni.

Il palco è avvolto da una scenografia fatta di trasparenze, volta a spiegare con l’aiuto dei cambi di luce e con l’accompagnamento musicale, elementi tipici della regia di Calenda, l’alternarsi continuo tra sogno e realtà che scandisce la storia.

In scena la tipica famiglia borghese entro cui si svolge un intimo dramma ricco di dinamiche. L’influenza della psicanalisi freudiana è evidente nelle opere di Svevo e contemporanei, e la storia di Giovanni, personaggio egregiamente interpretato per due ore e mezza dall’ottantasettenne Gianrico Tedeschi, è infatti quella di una profonda crisi individuale vissuta da un uomo anziano che si sottopone ad una fantomatica, e forse mai avvenuta, operazione che darebbe nuova giovinezza.

La freschezza della gioventù di cui il protagonista è alla ricerca, è più un recupero di spontaneità e genuinità adolescenziale che con l’avanzare dell’età, l’uomo maturo và perdendo, e che si identifica principalmente nel vagheggiamento dell’amore.

Avvenuta l’operazione, Giovanni è il solo che si ripresenta al pubblico in un abito candido e nuovo rispetto a quello indossato nella scena precedente. Egli cerca nel suo reale: la cameriera Rita, una proiezione del suo passato:l’amata e sensuale Paolina; passione a cui i rigidi costumi borghesi lo avevano indotto a rinunciare.

Il mondo che lo circonda è un mondo giovane, fatto per i giovani, ma in cui questi, vivono con una sorta di “stordimento”, una superficiale inconsapevolezza su ciò che è l’effimero stato della loro età.

Ai vecchi invece, spetta solo l’amara maturità accompagnata dalla constatazione che ora che saprebbero come comportarsi, ora che capiscono l’importanza del sentirsi vivi con le forti emozioni, non sono più nello stato fisico di poterne godere. Queste le idee scaturite dal testo in scena e confermate dalla professoressa Cristina Benussi, docente di letteratura contemporanea presso l’università di Trieste, in una conferenza tenutasi in una calda e familiare sala del recentemente ristrutturato Teatro Franco Parenti di Milano, pochi giorni dopo alcune repliche dello spettacolo.

L’incontro, mediato dal professor Bisicchia e in cui la professoressa presentava un suo manoscritto su Svevo, trattava l’ approfondimento di un originale collegamento ipertestuale dell’opera, il titolo era infatti: “Il mito del Faust nella Rigenerazione di Svevo“.

La Benussi chiarisce al pubblico posizione dell’autore nel confrontare i lati del protagonista de “La Rigenerazione”, come sopra accennato, e ci aiuta a scoprire in quali aspetti di Giovanni si nasconde lo scrittore.

Egli si è accostato alla composizione di questo testo con un notevole bagaglio culturale e di vita, a 60 anni.

Giovanni-Italo ha sposato una donna che rispetta ma non ama, e per far fronte alle pressioni della famiglia, ha rinunciato ad un amore passionale (in realtà a più di uno, in quanto non è del tutto casuale il fatto che Giovanni confonda i nomi di alcune sue vecchie amanti e sono noti i numerosi amori dell’autore).

Il protagonista odia il giovane che corteggia la figlia in quanto a Svevo ricorda la sua giovinezza, piegata al volere altrui, in cui ha dovuto coltivare di nascosto la passione per la letteratura perché non approvata dai familiari.

La professoressa aggiunge che nella condizione del “senex” , ringiovanire è inutile, si può rivivere solo coi ricordi, Giovanni infatti non fa altro che evocare il suo passato in continuazione.

Al regista Calenda si deve la grande resa con piacevoli sfumature comiche di un testo così impegnativo, l’aver saputo guidare lo spettatore tra la realtà e il sogno ed aver personalizzato con la scenografia l’interpretazione data al testo stesso, soprattutto nella scena finale.

Nell’ultimo sogno Giovanni infatti, secondo quanto scritto da Svevo, è in scena con la moglie a cui comunica la sua decisione di stare al suo posto come pater familias, e nel fare questo con un aratro ara un campo immaginario, segno positivo di feconda rinascita e di lavoro per gli altri.

Nella versione Calendiana l’aratro è sostituito da un inquietante simbolo di morte: la falce. I richiami sono molteplici e solo lo spettatore attento li può notare.

Giovanni, in sintesi, è un prototipo di uomo faustiano che si fa tentare da una personificazione di Mefistofele, il nipote truffaldino che gli propone “l’operazione”, che è in sé un’autosuggestione in grado di permettergli la rielaborazione personale della sua esistenza. Dunque, per restare nell’ambito del Faust, Giovanni acquisisce una nuova conoscenza di sé.

Eleonora Tosco

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