Pubblicato il: 7 Luglio, 2009

Nei meandri dell’irrazionalità: la paura del diverso

m9ytLa paura è un sentimento legato all’istinto e, in quanto tale, non razionale; nella stragrande maggior parte dei casi, infatti, si nota come essa non venga suscitata da una reale situazione di pericolo, ma dall’inesplicabile angoscia che qualcosa possa rappresentare una minaccia. L’uomo tende ad aver paura di tutto quanto possa esistere di diverso; e se l’inevitabile interrogativo “Diverso rispetto a chi?”, razionalmente, troverà risposte stentate, è facile notare come tutto ciò che appare difforme, che rappresenta uno scarto, un’irregolarità rispetto al contesto suscita paura. La letteratura ha stigmatizzato questo sentimento facendone un vero e proprio topos, tuttavia è forse nel genere fantascientifico che la riflessione sulla paura della diversità si arricchisce di interessanti risvolti. Passando in rassegna alcuni testi “campione”, non possiamo fare a meno di citare il   capolavoro di Mary Wollstonecraft Shelley, Frankenstein –  uno dei capostipiti della fantascienza già capace di cogliere l’essenza del problema della diversità: l’uomo, alla costante ricerca della propria identità, ha bisogno di vedere nell’altro un proprio simile; se ciò non accade, si apre la strada ai sentimenti oscuri e negativi quali la paura e l’odio. La creatura mostruosa suscita orrore e disgusto in chiunque la veda (non a caso, l’unica persona in grado di accettare “il mostro” sarà un vecchio cieco) e non potrà fare a meno, d’altro canto, di cercare un proprio simile , una compagna egualmente orrenda. E non potrà fare a meno di odiare, a sua volta, la diversità degli uomini: « Un tempo mi illudevo di incontrare esseri che, perdonandomi il mio aspetto, fossero in grado di amarmi [..] io invece sono solo». Dalla creatura galvanizzata all’androide o all’alieno il passo è meno lungo di quanto si pensi, e ancora una volta l’eliminazione della diversità sembra essere la preoccupazione maggiore dei grandi maestri della fantascienza: Isaac Asimov ci regala stupende pagine sui robot e sulla loro umanizzazione, mentre Philip K. Dick racconta spesso di creature scarsamente consapevoli della loro non appartenenza al genere umano in quanto dotate di aspetto e pensieri propriamente umani; come non menzionare dunque Ray Bradbury, che in molti racconti, densi di sarcasmo, focalizza l’attenzione sull’incapacità, da parte dell’uomo, di distinguere un androide da un proprio simile, tratto in inganno dall’aspetto (due racconti per tutti: Usher II e I sosia). La paura del diverso è irrazionale perchè superficiale, legata all’apparenza; probabilmente niente meglio che il geniale racconto di Fredric Brown, Sentinella, permette di capire tale sentimento: «Era bagnato fradicio e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa…E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco… Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame».

Ornella Balsamo

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