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Pena di morte: 68 stati con licenza di uccidere

5 giugno 2012, di   Stampa articolo Segnala articolo  

iniezione-letale10000 morti ogni anno in tutto il mondo, altrettanti non dichiarati ufficialmente ma scomparsi misteriosamente, 68 stati fruitori e 1300 persone giustiziate negli Stati Uniti dal 1976 ad oggi: la pena di morte nel mondo, sebbene sia stata abolita da molti paesi, è ben lontana dall’essere debellata. Il caso più famoso è sicuramente quello degli Usa, l’unica democrazia occidentale che ne fa uso, in cui pena capitale e razzismo si fondono incarnando gli stereotipi della società americana: se un bianco uccide un nero si arriva ad un patteggiamento, ma nel caso contrario all’esecuzione. Il 70% delle condanne avvengono nel solo stato del Texas, e gli omicidi non si arrestano neppure di fronte ad una maggioranza di cittadini (il 58%) favorevole alla sua abolizione. I condannati possono scegliere tra la sedia elettrica oppure l’iniezione letale, effettuata con veleni di cui l’associazione veterinaria ha proibito l’uso per l’eutanasia animale.

Ma il caso americano (anzi, statunitense visto che nel resto del continente nessuno applica più questo tipo di pena) è tutt’altro che isolato: in Cina si contano ufficialmente tra i 4000 ed i 5000 giustiziati, ma pare che le cifre reali tocchino i 10000 morti. Un numero tanto elevato è dato dal fatto che per finire nel braccio della morte basta commettere un reato fiscale o legato alla prostituzione: paradossalmente, è sufficiente firmare un assegno non coperto per meritare la condanna, che viene eseguita immediatamente, in un furgoncino parcheggiato fuori dal tribunale da parte di un’equipe di medici che espianta gli organi del condannato per donarli a chi ne ha bisogno. In Giappone, invece, nemmeno i condannati –e spesso anche i loro avvocati- sanno quando arriverà il fatidico giorno: semplicemente, sanno che ad un certo punto un boia si fermerà davanti alla loro cella. Le famiglie stesse ricevono a casa una lettera che annuncia dell’avvenuta morte qualche giorno dopo l’esecuzione. Ma non è tutto: in molti paesi mussulmani, dove la legge coranica viene travisata, si può morire per sodomia, omosessualità o adulterio: spesso le esecuzioni avvengono per lapidazione, seppellendo nel terreno l’uomo fino alla vita e la donna fino al collo e concedendo la grazia a chi riesce a fuggire. E sembra impossibile dire che, nel 2012, ci sono ancora stati che uccidono per decapitazione tramite o spada o peggio, per crocifissione. Insomma, una logica da legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. La morte è costosa per lo stato ed inutile per il cittadino: nei suoi confronti, un ergastolo ed una rieducazione efficace sarebbero più utili, e significherebbero una vittoria per la giustizia. Oltre al fatto che uno stato assassino che insegna a non uccidere uccidendo non educa: si tratta di una contraddizione, sottolineata ancora di più dall’incremento degli omicidi che segue una condanna a morte. E non importa chi sia il soggetto che si arroga del diritto di uccidere: stroncare una vita non può essere giusto. Mai.

Sara Servadei

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