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Peppino Impastato: una vita spezzata, una lotta che continua

9 maggio 1978. Evocando questa data, a molti, forse a tutti, verrà in mente la tragica immagine del corpo del presidente della DC, Aldo Moro, ripiegato su se stesso nel cofano di una Renault parcheggiata lungo via Caetani. A pochi, forse nessuno, verrà in mente un’altra immagine: il corpo di un uomo, un militante di quelle piccole formazioni nate alla sinistra del PC, un siciliano che ha dedicato la sua “breve” vita alla lotta contro la mafia. Pochi avranno in mente l’immagine di quel corpo lungo la ferrovia di Cinisi, fatto a pezzi da una carica di tritolo. A pochi verrà in mente il nome di Giuseppe Impastato.

Peppino era di famiglia mafiosa. Mafioso era il padre, Luigi Impastato, costretto al confino durante la dittatura fascista. Addirittura capo-mafia di Cinisi era il cognato di Luigi, Cesare Manzella. Peppino scopre fin da ragazzo l’aria che si respira in famiglia. E non ci sta. Nel 1965, ad appena 17 anni, rompe con il padre e aderisce al PSIUP. Nello stesso anno fonda l'”Idea socialista”, foglio ciclostilato dal quale Peppino comincia a denunciare l’epidemia mafiosa che soffoca il suo paese. Negli anni successivi, percorre tutta la trafila dei gruppi extraparlamentari e dell’associazionismo di base: la Lega dei comunisti, il Pcd’I Linea Rossa, il Manifesto, Lotta Continua. Sono anni di grande fermento politico: le occupazioni delle università nel ’68, le manifestazioni contro l’esproprio delle terre ai contadini, la lotta affianco degli edili per il diritto al lavoro. Nel 1975 costituisce il circolo culturale “Musica e Cultura”, l’anno dopo fonda Radio Aut, radio indipendente autofinanziata, da cui denuncia i crimini di mafia. Particolare attenzione dedica a Gaetano Badalamenti, capo-mafia di Cinisi e vecchio “amico” di famiglia.

Nel 1978, decide di candidarsi con Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. La campagna elettorale è dura e faticosa, soprattutto per qualcuno che mette il “problema Mafia” al centro del dibattito. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio, a pochi giorni dalle elezioni, Peppino viene ucciso, fatto saltare in aria da una carica di tritolo lungo la ferrovia. Sarà comunque eletto al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura, sosterranno per anni la tesi dell’atto terroristico, in cui l’attentatore (Peppino) sarebbe rimasto vittima. Solamente l’attività del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e intitolato a Peppino 3 anni dopo, riuscirà a denunciare il depistaggio delle indagini, costringendo la magistratura a riaprire l’inchiesta. Il 5 maggio del 2001, Vito Palazzolo sarà condannato a 30 anni per omicidio. L’11 aprile del 2002, Gaetano Badalamenti riceverà una condanna all’ergastolo come mandante dell’esecuzione.

Venti anni di silenzio hanno avvolto la storia e la memoria di Peppino. Nel 2000, grazie all’uscita de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, la storia di questo piccolo grande uomo ha appassionato migliaia di giovani. Peppino è diventato un simbolo di ideale, di lotta, un “Che Guevara di Sicilia“. Il Centro di documentazione “Giuseppe Impastato”, insieme al fratello di Peppino, Giovanni, e ai suoi compagni di lotta, ha organizzato una grande manifestazione contro la mafia in occasione del trentennale dalla morte. Molti sono i giovani, siciliani e non, che hanno ancora voglia di resistere, di lottare, e di gridare, come faceva Peppino nel suo giornale, che la mafia è “una montagna di merda“.

Fabio Migliore