Pubblicato il: 26 Aprile, 2008

Chi ha perso, chi ha vinto

Le elezioni appena conclusesi hanno dato non solo un netto risultato in favore di una parte, il centro-destra, ma hanno altresì delineato delle importanti tendenze presenti nella società italiana.

Il dato ovviamente più rilevante è la netta affermazione del Popolo della Libertà guidato da Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere, nonostante sia possessore di televisioni, istituti bancari, testate giornalistiche ed editoriali, nonché implicato in svariati processi giudiziari, circostanze che negli altri paesi democratici non gli consentirebbero nemmeno di potersi candidare alla guida di un governo, è riuscito a convincere per la terza volta in quattordici anni il popolo italiano della sua buona fede e della sua reale volontà di mettersi al servizio del paese.

Tralasciando i giudizi politici e morali a riguardo, dobbiamo evidenziare la sua sorprendente capacità di attrarre consenso, seppur favorita dalla sua posizione dominante in economia e nei mass media, tanto tra i ceti più abbienti quanto tra quelli popolari, i quali hanno appoggiato in larga parte il PDL.

Per quanto concerne invece il suo principale avversario, Walter Veltroni, la sconfitta è stata netta ma non umiliante; il PD, infatti, ha incrementato di parecchi punti il proprio bacino elettorale rispetto alle elezioni del 2006, nelle quali DS e Margherita insieme avevano raccolto molto meno.

Dobbiamo quindi dare merito a Veltroni di essere riuscito, in pochissimo tempo, a dare almeno sulla carta un volto nuovo al centro-sinistra, consentendogli di presentarsi almeno in parte come una rottura rispetto alla farraginosa e instabile maggioranza che sosteneva Romano Prodi.

La nascita del PD e la rottura con la sinistra radicale, forse opinabili dal punto di vista dei vecchi sostenitori del centro-sinistra, ha effettivamente semplificato non poco il quadro politico italiano, fino ad allora ostaggio dei piccoli e piccolissimi partiti, se non addirittura di singoli individui.

Ma la chiarificazione più evidente ci sembra ideologica. Da una parte sono rimasti colori i quali ritengono che il sistema capitalistico attuale sia da cambiare radicalmente, anche se a piccoli passi e senza l’uso di alcuna forma di violenza: è questo il caso della Sinistra Arcobaleno.

Dall’altra, nelle file del PD, si sono riuniti tutti quelli che accettano grossomodo il sistema economico-sociale esistente, ritenendo tuttavia che entro tale contesto si debbano privilegiare i diritti degli esclusi, dei deboli, dei lavoratori dipendenti, insomma degli anelli fragili della società italiana, inaugurando così quello che potremmo definire un “progressismo moderato”, che abbandona i vecchi ideali dello scontro di classe e propone invece uno sforzo comune per costruire una società migliore.

Si deve invece parlare di disfatta memorabile proprio per la sinistra radicale. Vittima in parte della logica del voto utile, ma soprattutto dell’incapacità di creare un soggetto politico credibile, la compagine erede del partito comunista si ritrova, per la prima volta dalla nascita della repubblica, fuori dal parlamento.

Le ragioni di questa sconfitta sono numerose. La principale sembra risiedere nell’assenza di un progetto concreto che accomuni tutti i partiti che ne fanno parte: ci sembra molto diverso l’approccio gradualistico e quasi più culturale che politico con il quale Fausto Bertinotti si propone di costruire un’alternativa al sistema attuale, da quello più rigido e più legato agli schemi ideologici del passato di Oliviero Diliberto.

L’Italia diviene così l’unico paese dell’Europa occidentale a non avere in parlamento una forza ecologista e antagonista.

Un altro dato sorprendente è l’affermazione nettissima della Lega Nord, che sembra abbia catalizzato proprio gran parte dei voti dei vecchi militanti operai dell’estrema sinistra.

Pur considerando le idee propinate dalla Lega molto opinabili, non possiamo esimerci dal sottolineare l’incredibile capacità dei leghisti di mostrarsi estranei al teatrino della politica, risoluti nel tentativo di raggiungere i loro obiettivi, capaci di fare leva sui bisogni immediati e più concreti della popolazione.

La grande forza della Lega è il suo carattere a-ideologico. Il partito dei “lumbard” fa del radicamento territoriale e della promozione degli interessi di una particolare zona geografica i suoi cavalli di battaglia; non rifacendosi alle tradizionali categorie ideologiche, ottiene consensi tra le più svariate fasce della popolazione del Nord Italia.

Pierfrancesco Celentano

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