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Piazza Fontana

22 dicembre 2009, di   Stampa articolo Segnala articolo  

Da Nicola Viola (Genova)

Cara Redazione,

Lunedì 15 dicembre 1969 è il giorno dell’addio di Milano alle vittime di Piazza Fontana. L’aria è gelida e la bruma che avvolge la città non s’alzerà per tutto il giorno…morti tragiche, vite repentinamente spezzate, presentano, a parenti affranti, volti che sembrano essersi fatti improvvisamente lontani. Fisionomie un tempo familiari paiono prigioniere di un mistero che lascia sgomenti…”Con queste parole Giorgio Boatti, in un libro dal titolo P.zza Fontana 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta, descrive il giorno dei funerali delle vittime della strage insieme al composto dolore di tutti coloro, cittadini comuni e familiari, in quel momento presenti, ed afferma “ancora da venire la barbara consuetudine, impostasi negli anni settanta, di salutare con applausi i morti che vanno verso l’ultima meta, sono i gesti a parlare”.

Sono trascorsi quarant’anni, un tempo storicamente rilevante. La verità sulla strage? E’ stata inabissata, con la collaborazione determinante di un pezzo di Stato-apparato – e solo di un pezzo di Stato – già subito dopo l’esplosione della bomba nella Banca dell’agricoltura, 17 le vittime, decine i feriti. La verità ha tentato, invano, più volte, di riemergere dai remoti e nauseabondi antri degli anni settanta ed ottanta. Tantissimo tempo senza giustizia, diversi processi, la verità giudiziaria lambita, molto vicina, poi sfuggita irrimediabilmente, forse. L’ultima vicenda processuale, iniziata nel 2000 innanzi alla Corte d’Assise di Milano, si è conclusa in Cassazione nel maggio 2005 con la conferma delle assoluzioni degli imputati già condannati all’ergastolo nel primo giudizio (poi assolti in Assise d’appello), e con la coda beffarda della condanna alle spese processuali dei familiari delle vittime, costituitesi parti civili. Una vicenda giudiziaria che ha impegnato magistrati di grandi doti professionali – il giudice Guido Salvini e i suoi collaboratori – in un’indagine molto difficile anche per la distanza temporale dai fatti. Un grande impegno non sufficiente (ma neppure vano) per giungere ad un punto d’approdo sicuro, almeno per quanto riguarda la responsabilità penale dei singoli. Eppure c’è un momento in cui, e lo dico con estremo rammarico pensando alle vittime ed al dolore senza confini dei loro familiari, la verità sembra sgretolarsi fra le maglie del codice di procedura penale, chiudendo ogni varco di speranza nella giustizia terrena, nella comune percezione che di essa abbiamo. E tuttavia un paese civile, intelligente custode della memoria e della propria identità – il nostro non sembra possa essere considerato tale – non si ferma ai processi e neppure alle commemorazioni perché la verità esiste e dovrebbe essere oggetto di condivisione collettiva, non limitata agli addetti ai lavori o ai pochi che leggono gli atti processuali. Nella sentenza di condanna della sezione di Corte d’Assise di Milano del 30 giugno 2001, poi riformata in secondo grado, i giudici, molto attenti e ben consci della delicata materia sottoposta alla loro cognizione, scrivono “…l’oggetto dell’accertamento giudiziale che la Corte è chiamata a compiere, consiste non nella ricostruzione di ‘tutta la verità’ sulla vicenda storica qui esaminata ma piuttosto nel verificare se gli imputati… siano secondo le norme ed i principi in materia di concorso nel reato, penalmente responsabili del delitto contestato”, in tal modo distinguendo la verità giudiziaria da quella storica. Ed è proprio quest’ultima a dover essere ricostruita, come un puzzle, avendo come punto di partenza, sebbene non esclusivo, proprio gli atti dei processi conclusi perché la verità è lì cristallizzata sotto i nostri occhi. Dagli atti di tutti i processi sulla strage, nessuno escluso, emerge un articolato quadro storico di riferimento in cui sono maturate le azioni del terrorismo nero (da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna), ed emergono anche i fini ultimi di esse; determinare una svolta politica autoritaria ma anche forse contribuire a stabilizzare il quadro politico, bloccando l’evoluzione complessiva del Paese, od ancora neutralizzare la possibilità, pur molto astratta e marginale in quel momento, che il partito comunista entrasse nell’area di governo, nonostante l’inoffensività di quest’ultimo per la democrazia e nonostante la sua limitata capacità di lettura della società italiana. Questo era il complesso ordito di forze oscure, ben presenti nell’Italia politica, militare, economica e istituzionale di quegli anni, i cui interessi erano convergenti con quelli di forze ed ambienti nordatlantici, altrettanto oscuri per il comune cittadino. Non riduciamo tutto e solo alla Destra eversiva, il cui ruolo oggettivo non spiega tutto; quegli eventi sono stati l’effetto di qualcosa di molto più grave e profondo di un’associazione sovversiva, qualcosa che è stato (e forse è) parte integrante del modo d’essere di un paese affetto da violente nevrosi politiche e nodi irrisolti; un paese percorso da pulsioni autoritarie velate che assumono talora forme anche un po’ bizzarre, quasi da vaudeville, come quelle viviamo oggi, ma che in passato erano serie e preoccupanti; un paese dove la scuola ha drammaticamente fallito in particolare nella trasmissione dell’importanza di materie come la storia moderna e contemporanea. Oggi, a distanza di tanto tempo è del tutto inutile continuare a polemizzare sulla strage di Stato, il cane che abbaia alla luna non fa molta strada, occorre invece fare in modo che la memoria non si disperda. Il ‘doppio’ corteo di Milano, lo scorso 12 dicembre, i fischi, le urla sguaiate ed inutili contro Formigoni e Moratti (i quali nulla hanno a che vedere con le responsabilità politiche del terrorismo nero) che hanno creato disagio anche agli stessi familiari delle vittime, durante la commemorazione, sono i segni di una società scomposta, arrogante e presuntuosa, una nuova pessima pagina che si apre nel vuoto del nostro tempo.

Io avevo tre anni quando ci fu la strage di Piazza Fontana – degli anni settanta ne ho avuto solo una percezione proporzionata all’età di un bambino o poco più – e non so se l’Italia di oggi sia realmente migliore di quella del 1969, ma so che gli stereotipi e le sciocchezze che avvolgono quegli anni sono troppi e non giovano nella comprensione oggettiva del passato. Ciò mi fa pensare che quell’Italia di tanti anni fa avesse invece, nonostante tutti gli errori, gli orrori e i limiti, una dignità, una coscienza dei propri diritti e doveri, una volontà comune nel guardare il futuro per tentare di uscire dalle tenebre di una storia plurisecolare difficile.

Il 12 dicembre 2009 è stata persa un’altra occasione per riflettere e  per chiedere scusa  (da parte delle istituzioni) alle vittime delle stragi e ai loro familiari, cittadini che non hanno avuto giustizia, neppure dopo quarant’anni.

Cordialmente.

21 dicembre 2009

Nicola Viola – Genova –

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