Pubblicato il: 30 Luglio, 2009

Precari: quelli della non-condizione

precariIl  lavoro nobilita l’uomo, concetto inopinabile questo;  il lavoro, inoltre, definisce un ruolo sociale, un valore, un senso esistenziale, una condizione a chi lo possiede. Per un individuo il vivere in una condizione dovrebbe essere prima di tutto un diritto. Ma il concetto di condizione ci rimanda a qualcosa di più complesso. Il mendicante che ogni mattina ha la sua postazione sui gradini di una chiesa, in attesa che il suo piatto sia riempito da passanti caritatevoli, vive in una specifica condizione. Quella del mendicante. Infelice, inquietante, irreparabile ma pur sempre una condizione nel senso lato: una posizione specifica sociale.  Questa condizione è riconosciuta a tutti gli effetti: non si pagano tasse, non si ha un tetto, non si possiedono averi e si gira per le strade. E’ riconosciuta al punto tale che i sindaci di alcuni comuni italiani ultimamente intendono ‘perseguitare’ chi influisce col proprio  modo di vivere (questo è quanto essi pensano) sul decoro e la sicurezza delle città!

L’esercito di coloro che vivono nella non-condizione invece cresce. Il requisito che dà vita a questa non-condizione è  la totale assenza di coerenza tra ciò che si è, tra ciò per cui ci si è formati professionalmente, e il lavoro che si svolge per necessità, nel migliore dei casi. Spesso è l’assenza di occasioni che possano far sì che l’individuo predisposto ad un certo tipo di professione dimostri le sue qualità e il suo valore. La non-condizione è propria di giovani pieni di energia, di voglia di fare, con una specifica formazione, che in silenzio portano avanti la società, perché se i lavoratori per così dire ‘autentici’ e consolidati rappresentano lo scheletro della macchina sociale, loro ne sono gli ingranaggi che ne alimentano il motore.  Quelli della non-condizione sono quelli che permettono il reflusso delle risorse nei momenti e nei periodi in cui la macchina si rallenta, quelli che danno corpo ed anima nel lavoro che viene richiesto di svolgere per 3, 10 mesi o un anno.

Ma sono anche quelli che vanno via in silenzio, senza fare troppo rumore, rassegnati a non essere nient’altro che sostituti, supplenti, coadiuvanti. Non c’è un decreto, né un punto di qualsiasi decreto, che ne riconosca un solo diritto o ne garantisca una sola certezza contrattuale. I precari non possono acquistare nulla che non possa essere pagato in contanti, non possono chiedere prestiti né alle poste né alle banche, non possono ideare alcun progetto per il proprio futuro, nemmeno possono pensarlo un futuro. Sono per l’appunto ‘precari’, destinati all’anonimato, all’indifferenza, perché per la legge e persino agli occhi di chi tutela il lavoro, essi non esistono. In certi periodi sono in giro a bussare alle porte chiuse, a lasciare curriculum corposi a questa o a quell’agenzia o istituto; spesso sentono dentro la frammentarietà del loro essere e del loro ruolo sociale. Vivono in un angosciante stato di anonimato. Sono invisibili. Marciano lungo le strade delle proteste perché sanno di dover protestare.

Oggi l’università, così come la scuola, subisce una trasformazione che si tradurrà domani in un peggioramento dell’offerta formativa e quindi della stessa formazione delle nuove generazioni. Ma prima ancora della svalutazione di quelle nuove generazioni c’è un’altra generazione che rischia di veder bruciare gli anni più rigogliosi e attivi della propria esistenza. I precari (insegnanti, ricercatori, impiegati, operai etc.) che oggi hanno circa trent’anni  rischiano di introdursi in modo stabile nel mondo del lavoro in un’età che non è più quella considerata produttiva. La verità è che questa Italia ‘produttiva’ diverrà in realtà un paese ‘vecchio’, non saggio. In una nazione equilibrata i giovani lavorano accanto a colleghi più ‘anziani’ in uno scambio reciproco di esperienza ed innovazione. Oggi le previsioni per questo paese sembrano dire tutt’altro. I precari di oggi (insegnanti, ad esempio, o gli attuali dottori di ricerca) inizieranno a offrire realmente e costantemente  il loro sapere dopo i 40 anni! E intanto in questi 10 anni cosa avranno fatto? Avranno vissuto all’interno d’un tempo ovattato, fissando quadranti di orologi che gli amanti di Bergman conoscono bene. Avranno respirato un tempo lento, faticoso, umidiccio, come l’ombra di quel futuro che è stato per troppo tempo solo un miraggio. Si saranno, soprattutto, sentiti in certi periodi persino inutili, insignificanti. Proprio negli anni in cui avrebbero voluto svolgere il loro ruolo con amore, passione, devozione.  Si ritroveranno ad iniziare a lavorare nel campo che hanno da sempre puntato già disillusi, stanchi, senza più grandi entusiasmi, se saranno fortunati.

Dovrà essere sacrificata questa generazione per ripulire la società degli errori commessi dalle precedenti generazioni? E’ questo che viene chiesto? Si richiede un enorme sacrificio e i sacrifici li fanno gli eroi, c’è chi vorrebbe solo continuare a fare ciò che ama (o forse ricominciare a farlo): concentrarsi sugli studi per poi offrire il proprio sapere ad altri. In ambito universitario, dopo le scelte poco felici del Ministro Mussi e quelle inconcepibili dell’attuale Ministro Gelmini, si sono fatte avanti le proposte di specifiche associazioni (come quelle dei dottorandi) affinché venga riconosciuto maggiormente il titolo di dottorato.

Perché un laureato che ha frequentato due anni di scuola di specializzazione finalizzata all’abilitazione, (pace all’anima sua), avendo solo ripreso materie che già conosceva con un aspetto didattico discutibile (stando a quanto una buona parte degli stessi colleghi che l’hanno frequentata confessano) debba essere promosso all’abilitazione (con i suoi 24 punti) e il laureato che ha svolto tre anni di dottorato (avendo approfondito i suoi studi e le sue conoscenze) debba non solo non essere promosso all’abilitazione ma addirittura avere 12 punti in meno? Purtroppo ormai, per i nuovi laureandi, il problema nemmeno si porrà perché il percorso è improvvisamente sparito e, così come i vecchi laureati non abilitati, non sapranno più come poter conseguire la tanto agognata abilitazione. Già, persino i laureati di vecchio ordinamento, dopo 4 anni di studi e qualche anno di esperienza, non sono ancora considerati capaci di insegnare a tutti gli effetti, mentre chi nella vita ha svolto una professione qualsiasi, da un momento all’altro (senza preparazione specifica) accede al mondo della politica e può divenire in men che non si dica ministro! Questa è l’Italia in cui oggi viviamo. Si parla di fantomatici concorsi ma non si accenna minimamente a dare alcuna conferma, e si parla persino dell’istituzione di nuovi corsi abilitanti, ma senza dare ulteriori informazioni o spiragli concreti.

Nello specifico la categoria anonima dei laureati precari sta già venendo penalizzata per una sola colpa: quella di aver scelto di voler vivere studiando. Ma sono tutti i precari ad essere oggi invisibili  agli occhi di questo governo: una categoria inetta, la loro, costituita da individui scissi, amorfi, che  nuotano da lunghi mesi (e anni) nelle acque agitate dell’oceano senza mai riuscire ad approdare nella terra ferma e che provano l’insensato bisogno di costruire la propria identità o, meglio,  di averla una volta per tutte  riconosciuta.

Sabina Corsaro

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