Pubblicato il: 21 ottobre, 2011

Quando “da sola” non basta

la-rupePercorrendo il vialetto circondato dal verde, arrivo in un luogo lontano dai rumori della città e immerso in una quiete particolare. Ci sono delle ragazze che raccolgono le foglie cadute al suolo. Ci sono i giochi per bambini e gli abiti stesi al sole. La Rupe femminile è un centro di accoglienza di Bologna per donne con dipendenze da droga ed alcol, che collabora con il SerT. Ha una casa patronale con ambienti comuni, camere da letto e uno spazio per le attività dei bambini: spesso, infatti, vengono ospitate delle madri con i propri figli.

Nato nel 1993, dopo diversi anni dall’apertura del centro maschile di Sasso Marconi – “perché ci si accorse che molti di questi ragazzi avevano delle compagne, e che c’erano donne con figli e poche strutture che li accogliessero” ci racconta Adele di Marco, la responsabile de La Rupe – ha in seguito accolto la sperimentazione del lavoro di riabilitazione sia individuale che di coppia, prima inserendo strumenti specialistici e poi riunendo la famiglia in unità abitative di proprietà della cooperativa.  Le ragazze, rivolgendosi inizialmente al SerT, ricevono dei consigli sul percorso da seguire e sulla comunità nella quale poterlo affrontare; per le madri, invece, spesso il ricovero è coatto e stabilito dal tribunale dei minori. “Il decreto che viene emanato ha anche una funzione protettiva nei confronti delle madri”– mi spiega la responsabile – “per evitare che, magari, possano prendere delle decisioni affrettate ed istintive”.

E quali sono le attività svolte all’interno del centro?

“La giornata è molto strutturata, e quella delle mamme è calibrata sulle esigenze del bambino.  Ci sono tutta una serie di attività: la mattina ci sono laboratori per piccoli e semplici lavori. Ovviamente queste lavorazioni hanno uno scopo educativo: la puntualità, il rapporto con le altre ragazze, il portare a termine un compito. Il pomeriggio, invece, vengono svolte le attività terapeutiche. Il lunedì c’è un gruppo, con una psicoterapeuta e un’ assistente sociale, sulla femminilità e su come si è sviluppata la propria storia. Questo incontro si alterna con quello dedicato alle madri, nel quale si affrontano i temi legati alla maternità. Il martedì e il giovedì ci sono gruppi, con educatori interni, per lavorare sulla dipendenza, su ciò che l’ha causata. In una seconda fase ci sono uscite mirate: un investimento rivolto al “fuori”. Piano piano si arriva ad una fase di reinserimento. Aiutiamo le ragazze a trovare un lavoro e una casa anche se, in questo periodo storico, non è per niente facile. Mantengono comunque un legame con il centro, c’è una continuazione nell’essere seguite.”

Le storie della lotta alla tossicodipendenza sono diverse, “spesso legate a vissuti di violenze o abusi, durante l’infanzia e nel contesto familiare. Altre volte ci sono motivazioni differenti, non di emarginazione: persino contesti di agio, ma caratterizzati da profonde difficoltà personali e forti fragilità anche da un punto di vista psico-patologico” precisa  la Di Marco. “L’intervento e la durata cambiano a seconda delle persone e dell’età: abbiamo avuto ragazze molto giovani, di vent’anni, ma anche di quaranta, cinquanta, sessant’anni, per la maggior parte con problemi di alcolismo”. 

Non è semplice affrontare gli “scheletri nell’armadio”, come li ha definiti chi ha voluto raccontare la propria esperienza. Una madre che lascia un padre malato, una ragazzina di 11 anni che soffre per il divorzio dei propri genitori e non comprende questo abbandono. Un “gioco”, qualche anno dopo, la droga. Quando, divenuta già adulta, scopre di essere incinta, smette di drogarsi. Ma poi la morte del padre, il compagno (tossicodipendente) che non le sta vicino, l’arresto, la prigione. “Ho toccato il fondo in quel momento. Lì, sola senza mia figlia, ho deciso di smettere”.   E il percorso verso il ritorno ad una vita senza droga l’ha riportata dalla sua famiglia, che ha iniziato lo stesso, faticoso lavoro di introspezione per capire cosa non ha funzionato.

L’altra mamma, che ha voluto raccontarmi la propria storia, ha un bellissimo bimbo di quasi cinque mesi e un passato doloroso. A diciassette anni, cacciata di casa dalla stessa persona che abusava di lei, suo padre, si è ritrovata sola per strada. Conoscere le persone sbagliate e cadere nella droga sono stati i passi successivi. Cocaina, marijuana, il carcere, un riavvicinamento alla madre quando il padre, da sempre violento anche nei suoi confronti, la lascia. Ma la droga è sempre lì, tra lei e il tentativo di un lavoro normale, tra lei e un fidanzato che non vuole il bambino che aspetta e le intima di abortire. Lei ci prova, nonostante avesse superato il termine consentito, ma viene salvata, insieme al suo bimbo, in ospedale.  E ora, quando osserva suo figlio, un enorme sorriso le illumina il volto.

Saluto le ragazze e Adele andando via: sono tutte insieme nella veranda della grande casa che le ospita, e penso alla bellissima frase di una celebre canzone di De André: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

 

Mariangela Celiberti

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