Pubblicato il: 15 aprile, 2011

[Quarta puntata] Gianni Greco: censura e lezioni creative live

gianniIl G, cari lettori, ci racconta con animosità delle sue avventure radiofoniche, costellate da sigle sempre nuove e oscene, e segnate anche da qualche episodio spiacevole:

<< Per 25 anni in radio (1983/2007) ho avuto bisogno di una sigla all’anno. Dopo aver usato qualcosa di non originale decisi di produrre delle sigle in proprio. E non solo: decisi di cantarle, su una base di chitarra, ogni santo giorno dal vivo. Le prime mi furono scritte da un amico, Max, mio tecnico negli spettacoli e anche musicista. Carine, simpatiche, allegre, ma io pensavo ad altro. Nacquero così vere e proprie canzoni tra l’impegnato e lo spudorato, e con un buon impianto musicale, come piace a me, orecchiabili ma non banali soprattutto nei testi. Per forza mi piacevano: me le scrivevo da me! Anno per anno, giorno per giorno, a mezzogiorno entravo in trasmissione cantando ‘Inno razionale’, ‘La ti sa d’acciuga’, ‘Cazzoficaerocchenroll’, ‘Più in là’, ‘Abbasso gli stronzi’, ‘Sì son proprio io’, ‘Su per il culo’, ‘La mia vita sulle onde’ e varie altre. L’ultima fu ‘Parlare libero’, sulla cui musica avevo scritto cinque testi diversi, da cantare alternativamente. E proprio mentre cantavo questo inno alla libertà di parola incappai nella più grande censura della mia vita: dopo 25 anni di estrema libertà uno stupido cambiamento di proprietà e di ‘linea editoriale’ (cazzata utile solo all’editore) mi aveva costretto a ridurre l’orario (da 4 ore giornaliere a 2), il tempo utile per parlare e il tasso di ‘parolacce’: mi fu rinfacciata anche la lettura di un testo di Sanremo in cui si parlava di pisciare. La canzone vinse il Festival, e io, dopo sei mesi di resistenza sia pur attiva, lasciai l’emittente che avevo in primo luogo contribuito a far diventare grande, passando alla televisione. E le mie sigle finirono lì… o quasi. Ne scrissi altre tre per i miei programmi TV, due carine e una polemica, niente male, che feci eccezionalmente cantare a un baritono: ‘Mister “G” si vergogni!’. La gente mi chiede sempre se le mie canzoni-sigle si possono trovare in commercio, ma io sono pigro, e soprattutto costantemente proteso verso nuovi divertimenti creativi, come un bambino che si stanca dei vecchi giocattoli e ne vuole sempre di nuovi. Ma chissà che prima o poi … >>

La televisione permette a Gianni Greco di raggiungere nuovi orizzonti anche più stimolanti. Nasce infatti un’idea, una sfida molto vivace che lui stesso ci rivela, con orgoglio:

<< Durante una puntata in diretta del mio programma televisivo, solleticato dalla voglia di musica, lanciai un’idea che mi era venuta sul momento: “Mandatemi un titolo e io ci faccio su una canzone in un quarto d’ora”. Bel rischio! Arrivarono alcuni titoli e io ne scelsi uno. Presi la chitarra, un foglio, una penna e cominciai a creare. Potevo sputtanarmi alla grande per questa idea balzana, ma ho sempre avuto voglia di mostrare al pubblico come nasce una canzone. Il modo migliore per farlo è scrivergliela in faccia. E in TV è meglio che in radio, perché si può vedere lo sforzo, l’imbarazzo, il lampo dell’ispirazione, e una pausa creativa del parlato è sopperita dall’immagine. Il titolo che avevo scelto era il più serio di tutti, forse l’unico praticabile, perché, conoscendomi, gli spettatori si erano sbizzarriti in titoli osceni. Ma questa volta io volevo fare una canzone seria, magari d’amore. Feci finta che non esistessero le telecamere e cominciai a scrivere frasi e via via a metterci sotto degli accordi provando a cantarle. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo, suonavo, cantavo… ed esprimevo a voce alta i miei pensieri, unica concessione al mezzo televisivo. Poteva uscirne una bidonata come un capolavoro. Il tempo passava, e l’intervallo pubblicitario si avvicinava. Dovevo concludere nel tempo previsto. Mi sembrava a un certo punto di essere in alto mare, poi, come per incanto, tutti i pezzi si ricomposero e riuscii a scrivere un testo intero, con la sua brava musica. Feci una prova sottotono per ricordarmelo ed esserne abbastanza sicuro, apportai gli ultimi piccoli ritocchi e… OK, ero pronto. Con sguardo (fintamente) sicuro verso la telecamera (in realtà mi cacavo addosso) annunciai che stavo per cantare la mia creazione. Chiesi clemenza al pubblico e iniziai. Incredibile: era la più bella canzone sentimentale che potessi scrivere. Una delle più belle in assoluto tra le mie. Non ci credevo. Ma dovetti crederci. Un musicista che mi seguiva dalla Germania attraverso un sito che ripeteva le mie puntate se la registrò e me la rimandò arrangiata da dio. Bella, davvero, di grande atmosfera, come se ci avessi ponzato sopra per giorni… Il primo a stupirmi fui io. Arrivarono molti complimenti: a volte è vero, la necessità crea virtù. E fa vincere le sfide con se stessi. >>

Elena Minissale

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