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Questo Paese, nonostante un secolo e mezzo di unità, è ancora frammentato

22 marzo 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

Da Nicola Viola

Cara Redazione,

Con l’avvicinarsi del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia si avvicinano anche  le inevitabili cerimonie celebrative che rischiano di essere più formali del solito, considerata la surreale e goffa atmosfera da Basso Impero che viviamo da alcuni anni. Non mi pare vi sia un coinvolgimento di ampi strati della società nell’elaborazione di una riflessione reale sull’identità collettiva e sulle origini di un processo unitario che ha avuto costi altissimi in termini di vite umane. Questo Paese, nonostante un secolo e mezzo di unità, è ancora frammentato per aspetti diversi, molto più di quanto non appaia in superficie. Ogni increspatura della vita individuale e collettiva  è pervasa  da propensioni (per non parlare delle illegalità diffuse) piccolo-borghesi che neppure Maupassant sarebbe riuscito a trasfigurare in arte, forse. Siamo una società priva di umiltà, senza tessuto connettivo, che vive ogni giorno confidando in ‘qualcuno’ che dall’alto risolva sempre tutto e ad ogni costo: questo ‘qualcuno’ talora assume le sembianze di uno Stato astratto (ed evocato o respinto dal cittadino medio, a seconda del proprio tornaconto) e tal’altra assume, per coloro che hanno  più fantasia, le concrete sembianze di un ricco ed anziano signore. Un raccapricciante inabissarsi della capacità critica insieme a quel servilismo cancerogeno che è la parte occulta di innumerevoli codici comportamentali medi, contribuiscono a danneggiare la nostra vita pubblica, intesa in senso ampio. La società italiana è un agglomerato multiforme che ha vissuto, in pochi decenni, troppi eventi di enorme rilevanza ma non sufficienti per il delinearsi di una moderna identità. Non siamo neppure tutti d’accordo sull’opportunità di una festa nazionale, quella del prossimo 17 marzo e anche su questa decisione non c’è stata unanimità. Un data, il 17 marzo 1861, che rappresenta uno fra i più importanti eventi della Storia contemporanea e che va bel al di là della nostra piccola quotidianità: in un Paese serio  sarebbe stata considerata festa nazionale sempre e non ogni 50 anni. Invece, da più settimane, si rasenta il ridicolo sui presunti danni al prodotto interno lordo che deriverebbero da una giornata di festa. Ma perché non togliamo qualche festa nazionale ‘di troppo’ come l’8 dicembre o lo stesso 6 gennaio e inseriamo date più significative e, soprattutto, laiche?
L’Italia reale è un paese autoreferenziale, con più vizi che virtù, e resterà tale per molti decenni ancora. Poi, forse, quando smetteremo di comportarci come i due protagonisti di Aspettando Godot (un Godot che non arriverà mai, neppure fra mille anni), solo allora saremo diventati un paese normale.
Giacomo Antonelli, segretario di Stato di Pio IX, strenuo oppositore dell’Unità d’Italia,  nel ricevere un noto diplomatico inglese, Odo Russell, anno 1859, ebbe a dire degli italiani: “sono una razza impulsiva, dal sangue caldo, licenziosa, sprovveduta, che ama il disordine per il disordine e che è sempre pronta a sacrificare ogni interesse al divertimento. Sono bambini che hanno bisogno di chi li custodisca (…)”.
Nonostante le parole di Antonelli, di notevole potenza evocativa e ancora oggi corrispondenti ad una verità, seppur parziale, penso che esista anche un’altra Italia, civile, presente a sé stessa, protesa nel futuro, ma non sembra essere la gran parte di un Paese che continua tranquillamente a passeggiare sull’orlo di un baratro, facendo finta di niente, nella convinzione di riuscire sempre a cavarsela perché più furbo degli altri. E’ una convinzione di cui ci dovremmo liberare, per sempre.
Saluti
Nicola Viola  – Genova

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