Pubblicato il: 26 Settembre, 2008

The Radio Dept. – Lesser Matters (2003)

Anno 2003, Svezia, Scania, Lund. Un ristretto lembo di terra affacciata al mare che Amleto contemplava dal castello di Elsinore, campi di grano d’estate, distese di neve d’inverno disegnate da strade lunghe e sconnesse e spiagge tristi, poderi contadini d’un tempo, università e scuole punteggiate, sparse. I Radio Dept., The Radio Department, Radioavdelningen, il nome di un negozio addetto alla riparazione e vendita di radio, ex pompa di benzina, come nel Bergmaniano Posto delle fragole, hanno già camminato a lungo solcando l’asfalto della carriera musicale. Esistono da 10 anni circa, è uscita una manciata di loro Ep, s’è perso per strada uno dei soci fondatori, s’intuisce una tristezza di fondo, un senso di fine prossima. L’album arriva in Italia pirata, non esiste una società di distribuzione che lo voglia mettere sugli scaffali, ciò nondimeno si diffonde come le onde generate da un sasso gettato nell’acqua del lago, fa rumore come un cucchiaio che percuote il coperchio di latta del pentolone collettivo da rancio. L’inizio, una sorta di captatio benevolentiae, spesso utilizzata per ottenere l’attenzione a credito sparso durante l’album, è da antologia. Una specie di messaggio promozionale, “State con noi, vi divertirete“, ma impastato con più di un cucchiaio fondo di tristezza, cinismo e malinconia, qualche ampio mestolo. La consapevolezza di essere ripieghi, di generare bellezza da sconosciuti, di stufare prima o poi. Il tutto steso su un minuto e diciassette di gocce di musica simili alla pioggia di ottobre, calda e larga, e una voce freddissima, quasi che il cantante fosse una radio mal sintonizzata, infine accompagnata da suoni estatici di un synth, simile al theremin. Il battito reciproco di bacchette da batteria e si lascia “Too soon“, l’intro, per iniziare il rimanente album. “Where damage isn’t already done” riparte dalla pioggia, metaforica espressione dell’accadere delle persone, diverse da come appaiono, nella vita altrui. Il messaggio, semplice e specchio personale, è reso da una triade di elementi: la voce, come già intuito nella prima traccia, è al limite del sussurro roco, filtrata, fredda, in crisi d’ansia, la batteria costruisce, con toni caldi, l’architettura delle canzoni, la chitarra squillante in distorsione fa il resto, indica la strada, spinge il vento in poppa. Con le attenuanti del caso, l’impronta dei Cardigans, Svenskor pure loro, dei primi Cardigans, non si nasconde.

Keen on boys” stordisce, come stordirà qualche anno più avanti nella colonna sonora di Maria Antonietta. Lo shoegaze degli anni 2000, 10 e passa anni dopo i My bloody Valentine, con più senso melodico, con meno indigestione da distorsioni, con più synth, con parole che svolgono la loro funzione: si fanno ascoltare. Cronaca di una notte passata da un amico omosessuale che ci prova, un bacio veloce rubato, la paura e lo stupore, dormendo “con la schiena schiacciata al muro“. Da riderci sopra, avendo i brividi, invece. Si prosegue sul medesimo stile, chitarre e sintetizzatore come se nevicasse, nella successiva “Why won’t you talk about it“, dove però la voce è più ilare, meno seria rispetto a un argomento vacuo. Il parlare tanto per parlare, il parlare di problemi sconosciuti, di confusione ben resa dai riverberi delle chitarre e dalla ruvidezza elettrica da tempesta boreale nello scuro degli inverni scandinavi, dove la calma giunge solo alla fine, con gli estemporanei assoli di tastiera a stemperare la tensione. Si chiude la canzone e si chiude la prima parte dell’album. Alla partenza con la successiva “It’s been eight years” nulla sarà più lo stesso. 2003 meno 8 = 1995. Una data che tornerà, una data che corrisponde al momento in cui, sui banchi di scuola, due ragazzi svedesi si vedono, si trovano, parlano, e fondano un gruppo. A differenza delle precedenti tracce, il tempo è più lento, si ha quasi il sentore di una fisarmonica all’inizio, la batteria è più rilassata, c’è molta meno distorsione, la voce è come arresa; al passare del tempo, seduti su un divano si guarda al passato che fa sempre male, “Voglio qualcosa che non riesco ad avere“. Una ragazza, un amico, un compagno, un sogno, un progetto, la giovinezza. La meglio gioventù pare essere un punto fisso per l’allora quartetto svedese, oggi trio. La canzone che segue, “Bus“, parla di partenze, di un addio, all’insegna del malinconico ricordo che pervade l’intera seconda parte dell’album. L’approccio con le chitarre acustiche rende la canzone più dolce, più umida rispetto alle freddure secche da shoegaze, le pause del cantato contribuiscono a un’atmosfera più famigliare, aiutata dalla contemporanea presenza testuale di mamma e papà, che suggeriscono lo svolgersi di una piccola tragedia da focolare, la dipartita verso il meglio, sperato, ma non sicuro, suggerito dal sibilo ripetuto e incessante “Ma se non accade nulla“, strascicato, lungo, come la lama che avanza nel burro della certezza e pugnala, pugnala, pugnala ripetutamente. La successiva “Slottet # 2”, solo strumentale, quella che un tempo veniva definita intermezzo, è un’epifania del futuro, non dei Radio Department, ma degli Air. Chiusi gli occhi, tabula rasa della cronologia, la si inserisce tranquillamente in Pocket Simphony, fianco a quella “Mer du Japon” che pare esserne la sorellina in pectore. Non ci sono vincoli che non permettano di immaginare la tranquillità della traccia specchiarsi nel mare dello Skattegat, nella placidità dell’acqua salata mentre cade la neve e, sul finire della canzone, come un’illusione, si riesce, se si vuole, a sentire pure il rumore della risacca delle onde.

Dimenticato il momento di svago rilassante, viene riproposto il tema portante dell’album. La nostalgia, lo sguardo verso il passato, non con rabbia, come teatrato da John Osborne e sconsigliato da Noel Gallagher, ma con tristezza endemica e galoppante, sconfessando le consolazioni del “Tanto l’importante era viverlo“, dando invece credito a pensieri “Il passato non torna più“. “1995“, coincidentalmente anno fondamentale per i Radio Dept., ricorda, almeno nel titolo, la 1979 di Pumpkiniana memoria. Le analogie non si fermano al nome, ma anche l’inizio della canzone, ritmicamente e nella linea di basso, pare una resa di merito verso la più conosciuta celebrazione degli anni passati, ad opera del gruppo di Chicago. Il ritornello si differenzia e sale in compagnia con la sensazione di pressione allo stomaco, assieme ai battiti del cuore e alle pareti sempre più strette della mente, e le chitarre più incisive sottolineano che “Anche se si è felici ora, si ha nostalgia in qualche modo del 1995”. Da commuoversi all’imbrunire e al sorgere del sole. L’inizio di “Against the tide” lascia perplessi, ricorda terribilmente “Keen on boys” con qualche distorsione in meno. Il tempo di farci l’abitudine e parte una base ritmica incessante e profonda, compulsiva e legnosa che, col senno di poi, segnerà una altro grande successo a venire dei tre ragazzi svedesi “Pulling our weight“. La canzone, la cui strofa si innesta bene col cantato onirico sulla base da empireo, inizia col cinguettare di uccellini e si perde un poco nel procedere, nello svolgimento, tanto che si torna sempre lì, all’inizio, prima della fine.

E qui, sorge un dubbio. Che, incredibilmente, si siano sbagliati? Che la traccia numero 10, “Strange things will happen“, sia un refuso? Ok, ci sta l’intro di synth, ci sta la base elettronica, ma la voce, femminile, non è esattamente quella che aveva fatto presenza precedentemente. Spiegazione: la bassista si è impossessata del microfono e ha cantato, tendente all’acuto, come solo in Svezia si fa, un po’ più di Nina Persson e un po’ meno di Karin Drejier, sui giorni semplici e leggeri di quando piove un po’, cadono un po’ di foglie, si accorciano un po’ i giorni e, onestamente, non si ha voglia di pensare, non si ha voglia di tormentarsi, e quindi, in un impeto di nuova libertà, la vita prende il sopravvento e, a briglie sciolte, scappa, corre, ruota, svolta. Non tutte le ciambelle riescono col buco. Tanto che questo tentativo di spensieratezza giornaliera crolla miseramente nella successiva “Your father“, una canzone che, per i colori musicali autunnali e patinati, fosse immagine, sarebbe una polaroid. Le chitarre rinunciano a elaborate distorsioni, la batteria abbandona la base elettronica, torna la voce maschile a raccontare una storia da incubo. Lui, il cantante, lei, la sua ragazza di allora, l’altro, il padre di lei, l’intruso, che manda all’aria tutto. Nessuno mai aveva raccontato, con tanta discrezione, leggerezza, nostalgia e malinconia, la scena di un ragazzo disperato che, persa la sua dolce metà, si masturba al pensiero di lei, insostituibile, ogni giorno. Finisse qui, l’album sarebbe da prendere, incorniciare e appendere sopra la testiera del letto fianco al poster del proprio eroe personale. Purtroppo, invece, forse per allungare l’ascolto, forse per una veritiera aspettativa nelle due tracce ancora da suonare, viene rimpinguato dalla presenza di “Ewan” e “Lost and Found”, che nulla aggiungono e nulla tolgono alla cifra stilistica mostrata fino ad ora. L’approccio musicale, un misto tra shoegaze e easy-noise pop svedese, gli Shout out louds non sono così lontani e i Knife neppure, non varia rispetto alle precedenti 11 tracce, facendo l’effetto dolce dopo un pranzo pantagruelico. Buono, ma troppo. Ciò nondimeno, un posticino sopra il letto, un po’ più in basso del Senna di turno, è assicurato per gli anni a venire.

Federico Didoni

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