Pubblicato il: 3 maggio, 2011

Ricordi di mafia e antimafia: Antonio Ingroia racconta

antonio_ingroia_foto_di_sandro_scordoUna successione di ricordi e aneddoti, storie legate dal filo della memoria per raccontare una parte della storia italiana: questa la chiave di lettura proposta da Antonio Ingroia per il suo libro “Nel labirinto degli dei” presentato lo scorso 27 Aprile alla libreria Tertulia di Catania. Ingroia, oggi procuratore aggiunto della Procura distrettuale antimafia, ha vissuto sulla propria pelle quella parte di storia italiana che ha segnato l’Italia del passaggio alla Seconda repubblica, l’Italia delle stragi e delle grandi catture di latitanti, l’Italia che oggi cerca di dissipare la matassa della trattativa tra Stato e mafia. Ed il suo libro percorre quasi trent’anni di memoria con un alternarsi di ironia, leggerezza e toni cupi, dai toccanti ricordi del rapporto con Paolo Borsellino alla scottante attualità dei giorni nostri con le rivelazioni di Massimo Ciancimino.

Durante la presentazione del libro hanno affiancato il pm Ingroia la prof.ssa Pinella Di Gregorio, docente di Storia contemporanea della facoltà di Scienze Politiche di Catania, e la giornalista Carmen Greco (La Sicilia).

«Il libro non è un saggio mafiologico né esattamente un’autobiografia, ma un contributo per raccontare un pezzo di storia nazionale attraverso alcune storie – ha spiegato Ingroia.
Si accusano spesso i magistrati di voler fare il mestiere degli altri, di fare gli storici, i sociologi o i politici; io ho non voluto fare per ciò una più o meno dotta ricostruzione della mafia; quel compito tocca agli studiosi, agli storici e ai sociologi».

Ricordando gli inizi della propria carriera a fianco di Paolo Borsellino, maestro di vita per il giovane magistrato, i giorni del dolore e dell’indignazione dopo Capaci e via D’Amelio, Ingroia ha suggerito una visione ciclica degli eventi:
«Mi sono ritrovato dentro questa grande storia che ha avuto un andamento ciclico con la sgradevole sensazione di déjà vu: si pensi che la stagione del maxi-processo ebbe inizio negli anni Ottanta all’indomani di un bagno di sangue in cui venne decapitata una grande parte della classe dirigente siciliana con l’uccisione dei vertici giudiziari, investigativi, politici e istituzionali; alla fine di questa terribile strage vi fu una reazione che, fatte le debite proporzioni, è simile a quella che si verificò dieci anni dopo. I risultati vennero, perché c’era coesione e sostegno da parte delle istituzioni, perché negli anni Ottanta Falcone e Borsellino ebbero il sostegno di tutti così come lo ebbe negli anni Novanta Caselli quando bisognava fronteggiare l’emergenza della mafia militare che sparava e seminava terrore sui territori. Non appena cessa l’emergenza dei morti per strada e la ricchezza di fonti permette ai magistrati di proseguire per quel percorso, consentendo loro di portare alla sbarra imputati potenti appartenenti alla classe dirigente per collusione col potere mafioso, ecco che fatalmente il vento cambia. Accadde a Falcone e Borsellino, contro i quali venne scatenata una campagna di stampa in cui venivano definiti “giudici-sceriffi” che violavano le regole attraverso il proprio potere, strumentalizzando la loro azione a fini politici
La storia si ripete, ma io ho tentato di trarre meno conclusioni possibili e di raccontare la storia della mia esperienza fatta di incontri e ricordi».

Tra un autografo e l’altro, Antonio Ingroia mi concede una piccola intervista, mentre i presenti si accalcano per fare una foto o stringergli la mano.

Secondo lei la calma apparente, riflesso della strategia vincente di Provenzano che desiderava la pace per fare gli affari, è una condizione momentanea che potrebbe essere facilmente compromessa? E da cosa?

«Questo è difficile dirlo, però certamente ci sono alcuni dati da tenere in considerazione: il primo è che in questo momento al vertice di Cosa Nostra c’è Matteo Messina Denaro, l’ultimo proveniente dalla stagione stragista ancora in giro. Il secondo, che c’è probabilmente una certa competizione interna per la leadership di Cosa Nostra e gli affiliati potrebbero usare le maniere forti per prevalere e terzo, siamo in una fase molto delicata di transizione politico-istituzionale del nostro Paese ed in genere Cosa Nostra in questi momenti tende a far sentire di più la sua voce, quindi questi elementi dovrebbero indurci a stare attenti. Non voglio fare la Cassandra del momento, dico solo “stiamo attenti”».

“Io so. Ma non ho le prove”. Le è mai capitato di pensare questa frase nel corso della sua carriera?

«Sì. – alza la testa, sorride e mi guarda – ma non posso dirle in quale occasione».

E ad una terza, forse un po’ troppo partigiana domanda sull’apparente paradosso di avere fra le relatrici di un incontro che parla di antimafia, una giornalista sicuramente brava e preparata la cui firma però compare nel quotidiano di Mario Ciancio Sanfilippo, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, i cui affari tentacolari nel campo dell’edilizia e dell’editoria nonché la campagna di disinformazione all’indomani dell’omicidio di Giuseppe Fava condotta attraverso La Sicilia sono noti nel mare magnum della stampa siciliana indipendente (ed impotente), Ingroia non risponde. Con la saggezza di chi, pur non temendo la verità, fa appello sempre e comunque alla propria posizione istituzionale e all’equilibrio che ad essa si addice.

 

Ornella Balsamo

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