Pubblicato il: 27 Settembre, 2010

Rubjerg Knude – il faro che sprofonda in un deserto sul mare

Rubjerg

C’è che siamo formiche. Poco altro. Quando percorsa tutta la Danimarca si punta al confine dello Jutland per respirare l’aria salata di Hirtshals e della Scandinavia, che riposa al di là di un’autovia di nuvole e balene, le tappe sono solitamente tre: l’isola di Fur, il villaggio di pescatori Skagen e Rubjerg con il suo bel faro, il più suggestivo di tutta la Danimarca.

La strada che porta dalla Germania procede dritta, spina dorsale tra arterie interminabili perse nei campi di grano e in un paesaggio pianeggiante al punto da sembrare monotono all’occhio meno attento. Inutile dire che brulica di differenze così meravigliose che meriterebbe forse una vita intera per descriverne un ettaro.

Quando si arriva nei pressi di Rubjerg i campi sono costellati da un’infinità di fiori che sembrano divorarsi il grano, le stradine secondarie sono costellate da case bianchissime, gialle e rosse con i loro tetti impagliati. Sembra che un bambino abbia rubato le tinte chiare e abbia insegnato a Dio il tinteggio.

La spiaggia è interminabile. Auto e tende che paiono bandierine e golf car. Percorsa tutta la spiaggia si risale il ripido pendio e si inizia un percorso lungo la macchia di arbusti che ben presto si trasforma in una scalata di ripidissime dune mobili, create dall’erosione del mare e da un gioco beffardo del vento. Si può arrivare anche in auto, c’è un enorme parcheggio dal quale parte un sentiero di dieci minuti che punta al faro.

Uomini, donne e bambini si arrampicano, incespicano, anelano verso il faro come falene alla luce.

E’ li che capisci il segreto: c’è che siamo formiche o poco più. L’immensità del mare e una colonia di piccoli puntini neri che sale strisciando dune che paiono infinite, per poi discenderle rotolando o di corsa, come se avessero trovato in cima chissà quale tesoro.

Ma in cima tra la sabbia c’è solo quel faro visibile da subito. Il faro e le sue macerie ormai tavolozza di messaggi, mattoncini di costruzioni visibili solo da un crinale sabbioso. E forse è proprio quel faro a rappresentare il tesoro. La duna infatti si muove di 9 metri l’anno a causa del forte vento che spazza i suoi crinali e si calcola che a breve il faro sarà interamente sommerso come la casa che sorgeva nelle sue prossimità.

Si può passare giornate intere a trascinarsi sulle dune, misurando con passo umano il tempo che qui altera la percezione dei secondi con le ore, dei minuti con i secoli.

Quando tutto è destinato a sparire, è la sabbia di questa enorme clessidra a scandirne la fine.

Luca Colnaghi

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