Pubblicato il: 20 Febbraio, 2009

San Cristoforo

san_cristoforo_cataniaC’è stato, c’è, e sempre ci sarà un luogo in cui la sopravvivenza risulterà sempre più difficile. La Sicilia si accosta bene a una definizione del genere, per un’assenza continuata di istituzioni decise che hanno portato a un passato/presente non roseo e legale in molte zone. Rimanendo nella nostra realtà catanese, il piccolo mondo che noi viviamo, questa realtà vige in numerosi quartieri disprezzati dalla stragrande maggioranza dei cittadini ma che, inaspettatamente, hanno in se molto più di quanto non sembra. Primo tra questi è il quartiere di San Cristoforo. Negli ultimi dieci anni, il comune di Catania ha approvato un programma integrato di intervento sul territorio, con finanziamenti nazionali, al fine di valorizzare zone disagiate. Ma San Cristoforo aveva bisogno di uno studio molto più approfondito. Il Comune nel 2007 coinvolse l’Università di Catania e il Master in Analisi del Territorio in un ambizioso progetto che mirava alla realizzazione di un documentario sulla realtà urbana del quartiere e a un attento studio degli avvenimenti storici, culturali e sociali che hanno trasformato gli abitanti della zona e il loro modo di vivere. “Si parla di una trasformazione non solo urbanistica e strutturale, ma anche dei valori e dei disvalori che gli abitanti hanno attribuito (e attribuiscono) all’ambiente in cui vivono e alle loro relazioni all’interno e all’esterno del loro quartiere”, dice il dott. Mannino, che ha partecipato attivamente alla realizzazione di questi studi che, con grande stupore, informa delle importanti scoperte che si sono fatte durate i lavori.

San Cristoforo offre uno scenario contrastante di palazzi borghesi e di abitazioni popolari o quasi rurali provocando una forte differenza urbanistica. La zona si formò durante il 1800 configurandosi subito come una zona attivissima zona industriale della città. La presenza di molte industrie manifatturiere spiegano la presenza di una parte ricca e di una parte operaia, che si agglomerano in un unico ambiente strutturale. L’origine del degrado è ancora oggi da ricercare ma durante gli studi di equipe, si sono delineate alcune possibile cause, tra cui la gravissima crisi del 1926 e i continui bombardamenti tattici americani durante il secondo conflitto mondiale. Conseguentemente negli anni la zona non ebbe più lo splendore di una volta e con l’abbandono delle istituzioni statali, prese il sopravvento un “governo” autonomo e con forti radici: la mafia. Gli intervistati parlano dei loro “cortili”, spazi semipubblici, che per tanto tempo sono stati luogo di aggregazione sociale e dove “ognuno curava non solo i propri figli ma i figli di tutti”, e della loro trasformazione in luoghi di delinquenza e, quindi, della loro chiusura. In questo ambiente fu facile passare da “luoghi di solidarietà a luoghi di omertà”. Guardando il documentario appare ben evidente un “cauto ottimismo” della popolazione, che solo negli ultimi tempi ha visto realizzato qualcosa di concreto con opere sostanziali ed essenziali come la costruzione di una rete fognaria e di due piazze.  La realizzazione del documentario è stato inserito nel progetto Vodafone che ha permesso la realizzazione di più sportelli di consulenza all’interno del quartiere. Il documentario porta alla fine a chiedersi dove stanno i valori positivi e negativi nella società. Solo nei quartieri “brutti” o per tutte le strade della nostra città? Insieme al dott. Mannino si giunge alla conclusione di una realtà poliedrica e con profonde contraddizioni sociali, poichè anche, anzi, sopratutto nei luoghi di disagio esistono saperi e valori che i giovani di oggi hanno totalmente dimenticato.

Daniele Palumbo

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