Pubblicato il: 14 Agosto, 2010

Silvia Avallone: “Dall’adolescenza alla cognizione del dolore”

Silvia Avallone attende che la chiamino per dare avvio alla presentazione. E’ la sera del 9 Agosto e attorno al Palazzo della Cultura l’aria tenta invano di rinfrescarsi. Lei fuma in silenzio, mentre l’atrio già si riempie di gente. Entrano per ascoltarla, ma non la riconoscono ancora. Sul palco sarà diverso.

“Acciaio” è un romanzo di successo, segno che molta gente scorge nelle tue pagine un pezzo del suo vissuto. Da dove hai tratto ispirazione?

Vengo dalla Provincia. Sono originaria di Biella, che è una città industriale, ma ho vissuto anche a Piombino. Quell’imponente fabbrica, la Lucchini, mi ha sempre affascinato. Sono cresciuta con ragazzi della mia età, figli di operai di quelle acciaierie. E’ proprio a partire dalle loro storie, anche curiosando intorno a quella fabbrica, che ho tratto il desiderio di scrivere di questa realtà.

Hai scelto di ambientare la storia nel 2001 e non mancano le immagini dell’11 settembre. Come mai?

Credo che la nostra generazione rappresenti, in qualche modo, un grado zero. Proviene dalla fine delle ideologie e delle grandi lotte collettive. Nessuno immagina un futuro collettivo, che vada al di là della soddisfazione di bisogni individuali e immediati. Con il 2001 volge il secolo e il crollo delle Torri rappresenta bene l’incertezza e le crisi endemiche di questi anni. E’ quello che gli adolescenti del mio libro si trovano dinanzi.

Credi che il ‘ciclo continuo reale’ delle acciaierie, che a tratti provi a descrivere, ci restituisca le nevrosi e le contraddizioni della società italiana?

Certo. Si parla poco oggi in Italia della realtà del lavoro in crisi, nonostante le fabbriche chiudano. I media si concentrano sull’alta Finanza, sui processi astratti, e tendono a dimenticare la concretezza del processo di lavorazione dei materiali e di tutto ciò che implica: morti sul lavoro e vite lavorative psicologicamente molto difficili da gestire.

La vicenda di Anna e Francesca ha i tratti del romanzo di formazione. Credi che sia tutto qui o c’è qualcosa di diverso?

Mi interessava parlare di come si cresce in questi ambienti. Come si cresce, poi, anche con delle famiglie alle spalle certamente difficili, non edificanti. Queste due ragazze e la loro amicizia fanno i conti con questa realtà. Ho tentato di raccontare non solo la storia di due adolescenti, ma anche della cognizione del dolore che consente di superare l’adolescenza e di avviarsi finalmente verso l’età adulta.

Tornerai a occuparti del mondo del lavoro alienato e, anche per questo, dimenticato?

Sono innamorata della realtà popolare: del mondo dei mestieri e dei quartieri, oltre che del lavoro. Penso che terrò conto di questo, anche nei prossimi libri. La difficoltà di fare i conti con la vita di ogni giorno e di arrivare alla fine del mese, che dà fatica e disperazione, è un tema da affrontare, da dire. Con il suo linguaggio la letteratura può farlo, al contrario della pubblicità e della politica. Farlo è un modo per tentare di cambiare le cose.

Enrico Sciuto

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