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“Slow food”: l’arte di mangiar sano

6 marzo 2012, di   Stampa articolo Segnala articolo  

slow-foodNegli ultimi decenni, ci siamo abituati ad essere sempre più “fast”: vita frenetica, ritmi frenetici e persino il cibo è diventato frenetico. Negli anni ’70, con lo sviluppo del nostro paese ed il suo rapido ingresso dentro a stili di vita sempre più internazionali, anche le nostre abitudini alimentari sono cambiate con l’affermarsi di prodotti sempre più industrializzati: sono nati i grandi supermercati e la poderosa offerta di cibo confezionato che vendono. Una comodità enorme, perché a poco prezzo siamo in grado di trovare ogni tipo di prodotto, per lo più pronto da togliere dall’imballaggio ed essere servito in tavola. Soprattutto, il fast food è entrato nella vita degli italiani, con la sua praticità e la sua convenienza.

Capire cosa fa bene alla nostra salute, però, è tutto un altro paio di maniche: per questo nel 1986 nasce “Slow food”, un’associazione no profit che spunta, quasi per gioco, in un piccolo paesino che non intendeva perdere i sapori della sua tradizione. Oggi conta 100000 soci in 150 paesi, e promuove un consumo consapevole e genuino nonché la difesa della biodiversità dei territori e di tutte quelle culture alimentari che stanno scomparendo.  Il problema è essenzialmente il fatto che spesso, inconsapevolmente, i nostri gusti alimentari sono dettati da una grande industria piuttosto che dal nostro stesso palato: la pubblicità, la moda e la popolarità di un prodotto sono spesso le cose che i portano all’acquisto. Per questo slow food mira ad educare la popolazione sul gusto e sul consumo di ciò che mettiamo in tavola, e già da dieci anni ha istituito i “master of food”, ovvero cicli di 4/5 incontri incentrati su questo scopo. L’industria del cibo ha cancellato le diversità tra i prodotti artigianali: i prodotti in scatola hanno sempre lo stesso sapore, e questo fidelizza il cliente che abitua e restringe il proprio palato ad una gamma selezionata (e solitamente nociva) di prodotti. Al contrario, due formaggi artigianali dello stesso tipo ottenuti con lo stesso processo non avranno mai un sapore identico: in questo modo il nostro palato non si assuefà ad un solo tipo di sapore, ed è più aperto e ricettivo verso gusti nuovi. Persino i prodotti tipici non sono più gli stessi: i processi industriali hanno uniformato la gamma dei sapori che essi contenevano.  Ovviamente, in questo processo industriale, la prima cosa che ne risente è proprio la qualità: molti dei cibi che troviamo inscatolati sugli scaffali dei supermercati sono il frutto non del lavoro onesto e genuino della terra e delle braccia umane, ma di processi chimici che producono cibi grassi e poco sani. Il tutto è finalizzato a ridurre al minimo i costi: l’involucro dei prodotti che portiamo in tavola è sempre molto più costoso del prodotto stesso. E così, a causa della praticità, finiamo per trascurare la nostra salute: ma se è vero che siamo ciò che mangiamo, chi vuol essere un grasso idrogenato?

Sara Servadei

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