Pubblicato il: 6 aprile, 2011

[Terza puntata] Gianni Greco e la sindrome agrodolce del copiato

34641_427217534016_707454016_4767187_112668_nNel mondo dell’arte nel senso più vasto del termine, è facile imbattersi in veri e propri plagi, idee copiate, ispirazioni più o meno ambigue, ma spesso e volentieri tutto questo fa parte del gioco anche quando si tratta di veri e propri furti. Il G racconta delle sue vicende personali, frutto di stuzzicanti fantasticherie o di dubbi insidiosi o di evidenti certezze.

<< Io soffro della sindrome del copiato. Cioè, avendo elargito gratuitamente per tanti anni idee a tutti, ne ho viste diverse riutilizzate e pure con maggior profitto da altri. Ho inventato nel 1990 gli spettacoli col telefono dal vivo: gli spettatori mi fornivano numeri di persone a cui fare atroci scherzi ed io eseguivo, nella massima improvvisazione e nel crudele divertimento di tutti. Era una propaggine esterna del mio programma radiofonico ‘Il Sondazzo’ (‘sondaggio pazzo’), di grande successo in Toscana. A un certo punto è venuto fuori un certo Mammucari con ‘Libero’, che su Rai2 ha ripreso la mia formula, e addirittura qualche situazione precisa. Lo stesso ‘Zoo di 105’ mi ha saccheggiato. In una radio di Castelfranco Veneto un toscano che mi aveva ben ascoltato ha rifatto per filo e per segno personaggi e situazioni di mia invenzione. Mi fu segnalato da un camionista che batteva quella zona e che me ne mandò una registrazione inequivocabile. Ma ottenere soddisfazione per plagio in questi casi è del tutto aleatorio, e ho sempre preferito contare sulla qualità superiore dell’originale, che tutti mi hanno sempre riconosciuto. Anche nel campo musicale, per poco che abbia prodotto, posso vantare tentativi di imitazione o presunti tali. Come dicevo prima, la mia è diventata una sindrome che mi fa sentire copiato anche quando magari non lo sono. I miei sospetti si sono appuntati su Renato Zero, che in ‘Pizza e rock and roll’ ha con tutta evidenza ricalcato alcune battute di ‘Tu mi vai’, ma può anche essere un caso o un’inconscia ripetizione di qualcosa che si è prima sentita e poi creduto di dimenticare. In musica succede. Ancora più caso può essere quello che secondo la mia delirante sindrome avrebbe ispirato persino Vasco Rossi. Ecco l’aneddoto: 1981, una grande discoteca di Parma, pomeriggio promozionale di molti artisti, pubblico folto e tutti in playback. C’erano Toto Cutugno, Bobby Solo, Mia Martini, Vasco Rossi, Michele Zarrillo, c’ero io … e tanti altri più o meno noti. Caso volle che la scaletta mi prevedesse sul palco subito prima di Vasco. Ci incontrammo dietro le quinte, in fondo a una scala che portava al palco. Lui era già un grande, e avrebbe presentato lì nientepopodimenoché ‘Siamo solo noi’. Eravamo fianco a fianco aspettando di essere chiamati. Io non osavo parlare, per me lui era un mito. Avrei voluto dirgli: “Siamo solo noi”, alludendo sia alla sua canzone che al fatto che lì non c’era nessun altro. Ma tacqui. Fu lui che mi guardò e mi chiese: “E tu cosa canti?”. “Tommi”, gli dissi. “Ah”, disse lui, “OK, ti ascolto”. Toccò a me e uscii a cantare (o meglio a fare finta). Quando rientrai lo incrociai e mi fece: “Carina, bravo!”. Lui cantò (o meglio fece finta), e la sua canzone era molto più che carina. Purtroppo non ebbi occasione di dirglielo. Ma quando quattro anni dopo uscì una sua canzone dal titolo ‘Toffee’, cominciò a girarmi per la testa un sottile dubbio. Non c’era identità musicale, ma qualche affinità con la mia sì. Quel riff ‘Tommi Tommi Tommi Tommi Tommì…’, e quell’altro ‘Oh Toffee Toffee Toffee, oh Toffee Toffee Toffee’ non mi sembravano del tutto estranei. Ripensai al fuggevole incontro e sorrisi. La mia canzone l’aveva sicuramente ascoltata e gradita. Questo era un fatto. Se sia pur inconsciamente quella mia modesta invenzione era riuscita anche lontanamente a ispirare un Vasco Rossi, qualche titolo di merito l’avrà pure avuto. Ancora oggi covo in me la speranza che sia andata proprio così. >>

Elena Minissale

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