Pubblicato il: 20 Ottobre, 2009

Torino, finestra su

TorinoC’è una finestra che da sulla collina. La sera la vista si ferma al cortile, alle sue poche luci e ai rumori delle auto. Si agitano come formiche operaie, singhiozzano di un pianto sincopato. La mattina, invece, la nebbia fa da filtro ai controluce. Ma questa è un’altra storia. Torino, però, è una grande finestra. Sulle montagne per prima cosa. Le si vede camminando per strada, lungo gli argini del Po’ e della Dora, dalla Mole e dalla collina della Maddalena. Ci si chiede quanto distano, se sono solo di roccia o se c’è vegetazione. La distanza la si misura a palmi, poi si dice “tanto così”. Perché infondo, è molto piccola. Una finestra sul tempo. Salotti e officine, quelli del cinema e della televisione sono nella Mole con il museo del cinema. Forse quindi più uno schermo, si proiettano da qualche secolo senza interruzioni commedie sofisticate e La classe operaia va in paradiso. Probabilmente è lei che si scherma e si nasconde.

Torino lo fa dietro le vetrine delle pellicce e dei pantaloni in rasatello, dietro i pois che campeggiano su qualche foulard. Ma a seconda dello specchio le cose le vedi molto più grandi o molto più piccole. Voglio stare un’altra volta dalla parte delle piccole cose. Perché dei castelli, delle piazze, dei musei le guide hanno detto già tutto. Le piccole cose ancora no. Torino è stata una passeggiata al parco del Valentino tra foglie secche e castagne precipitate. Si costeggia il corso del fiume dal castello alla collina dei Cappuccini, si sale per una foto in uno scorcio di beatitudine permesso da areole al neon blu elettrico. Torino è stata una cornice. Quella dei monti che la racchiudono, brulli e a tratti innevati. Quella in ottone al Gran Balon, all’interno una foto di gruppo interraziale. Stavano seduti in cerchio sotto un gazebo per imparare l’italiano.

Piazza castello, piazza Carlo Felice e Piazza Vittorio sono come tre pale di un trittico continuo il cui asse è via Roma. Si attraversa la Torino rinascimentale, quella barocca, si tocca quella romana, qui e lì si inciampa in quella liberty, in realtà molto ben più diffusa di quanto si possa immaginare di primo acchito. Il tempo di un gelato da Grom o da Florio e si può leggere con occhi e piante dei piedi un libro lungo mille vite. Ci si bagna il dito sulla punta della lingua per scoprirlo appiccicoso e con una leggera patina di zabaione.

E lì si consuma l’inganno. In realtà niente è cambiato in cent’anni di storia. Paesaggi slegati. Ancora fratture sociali. Ancora di fronte a quella finestra che sta di fronte ad una collina. La sera la vista si ferma al cortile. Le formiche si agitano sempre prima del temporale. Quando smette di piovere intasano con i loro trabiccoli i cunicoli a cielo aperto. Ma questa è un’altra storia, quella di cent’anni di industrializzazione. Il grande Torino era una squadra che non ho mai visto. La gran Torino un’auto che non ho mai guidato. La piccola Torino quella che ho vissuto per un tempo piccolo.

Luca Colnaghi

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