Pubblicato il: 11 agosto, 2011

Traumi e suicidi: la guerra dei soldati al fronte

soldatiBombe, crateri, lacrime, caduti: sono queste le uniche, desolanti conclusioni di ogni guerra? Purtroppo no. Perché, che se ne esca da vincitori o da vinti, essa non può che lasciare il segno indelebile nel cuore di chi è sopravvissuto: l’uomo non è stato fatto per uccidere i propri simili, ed è impossibile ritornare alla totale normalità dopo aver visto in prima persona cosa è capace di fare la cattiveria umana. Sono questi gli occhi dei suoi soldati: basti pensare che, secondo i dati forniti dal ministero americano, 1 soldato su 5 in Afgan ed 1 su 6 in Iraq fa uso di farmaci antidepressivi. In questi dati sconcertanti non si legge solo il disagio della battaglia, ma anche le conseguenze a cui l’assunzione di queste sostanze porta: sonnolenza, perdita del raziocinio, euforia ma soprattutto aumento dei suicidi e delle patologie da trauma post- bellico. Non sono solo le bombe, quindi, a minacciare la vita dei soldati che lottano ogni giorno su un terreno nemico: la strage si compone anche di chi arriva a togliersi la vita pur di riuscire a fuggire dall’inferno del campo di battaglia e da chi, privato dei riflessi a causa degli effetti collaterali dei farmaci, non ha la lucidità mentale adatta per schivare i colpi. Le condizioni emotive dei soldati, poi, sono destinate a peggiorare di anno in anno: si calcola che più del 27% dei combattenti impiegato per la terza volta sul fronte soffra di gravissimi disturbi mentali. Dati ancora più allarmanti, però, sono quelli che ci arrivano dai reduci della guerra del Vietnam: in questo caso, i 60mila casi di suicidio tra i sopravvissuti hanno superato i 50mila di loro rimasti inermi sul campo di battaglia. E tra chi è tornato vi è una consistente fetta di soggetti diventati talmente violenti da non riuscire a reintegrarsi nella società. Gli studi hanno provato che gli effetti che una guerra ha sui suoi soldati sono paragonabili a quelli di un abuso sessuale subito per un tempo molto prolungato: entrambi infatti provocano un’alterazione nel volume dell’ippocampo destro del nostro cervello. Sono queste le multiforme facce del disturbo post traumatico da stress, che si presenta sempre dopo aver vissuto un evento difficile e provoca nelle sue vittime angosce, paure, l’evitamento dei ricordi del brutto evento, incubi e continuo stato di allerta, oltre alla compromissione delle funzionalità psicosociali e lavorative. A ciò si aggiunge, spesso, ciò che viene definito col nome di “colpa di sopravvivenza”: chi è riuscito ad uscire dal conflitto solitamente si chiede come mai lui sia riuscito a tornare a casa mentre tanti altri no. Tutti questi sintomi sono dati dall’impossibilità del soggetto di riesumare il ricordo dell’evento in maniera “normale”, ovvero come fa con tutte le altre vicende vissute: è impossibile riuscire a vivere col pensiero di aver ucciso o visto morire un altro uomo come noi, con una famiglia, tanti anni ancora davanti ed un suo bagaglio unico ed originale di sentimenti ed emozioni.

Sara Servadei

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