Pubblicato il: 11 marzo, 2013

Violenza sulle donne a Catania: intervista al Centro Thamaia

stop_alla_violenza_sulle_donneViviamo circondati da case; case davanti alle quali passiamo ogni mattina, più volte al giorno e dietro cui si consumano delle esistenze, ma quante volte ignoriamo che dietro quelle finestre ci possano essere donne vittime di violenza? Eppure ogni giorno arrivano notizie di donne picchiate, stuprate, uccise e le orecchie e gli occhi di molti sembrano essersi abituati a sentire che l’ennesima donna ha perso la vita per mano della ferocia, della barbarie di un uomo; troppi cuori hanno perso la capacità di indignarsi di fronte ad un fenomeno che è diventato una vera emergenza sociale. Per aiutare a capire meglio quanto questa piaga interessi la città di Catania e in quale entità, il centro antiviolenza Thamaia ha risposto ad alcune domande ed ha fornito diversi dati. Il centro nasce nel 2003 per merito dell’Onlus Thamaia, per volontà di donne e professioniste che hanno messo a disposizione le loro energie, il loro tempo e la loro abilità per aiutare le donne in difficoltà. Un’ammirevole attività di volontariato dunque quella svolta dalle donne del centro, ma dall’ammirazione per il loro lavoro nasce anche una fastidiosa domanda: non dovrebbe essere lo Stato a promuovere la diffusione nel territorio di centri e strutture finalizzate ad aiutare le donne in difficoltà? Non dovrebbe essere lo Stato a farsi garante della tutela dei diritti di tutti i cittadini, donne comprese? Facilmente si dimentica che ogni volta che una donna è costretta a vivere nella violenza, nella paura, in uno stato d’animo che rende la propria esistenza una schiavitù non solo prima di tutto vengono lesi i diritti ad un’esistenza dignitosa ma in secondo luogo si evidenzia una grave assenza da parte delle istituzioni. I dati forniti dal centro raccontano un fenomeno eterogeneo di cui sono vittime donne di ogni età, estrazione sociale e lavorativa, la maggior parte di nazionalità italiana. Entrando nel merito delle statistiche, 206 sono state le donne che si sono rivolte al centro, di queste la maggior parte di loro ha un’età compresa tra i 36 e i 55 anni, e hanno conseguito il diploma. Quest’ignobile fenomeno colpisce in maniera circa eguale sia le donne lavoratrici che non , e un dato singolare è che tra le lavoratrici le vittime più colpite sono commosse o assistenti in casa di anziani. Le violenze più denunciate sono state di natura fisica e psicologica da parte di mariti, fidanzati, ex fidanzati e conviventi. Questi stando alle statistiche non presentano alcun tipo di problema psichico, sono lavoratori, un buon 33% di loro ha conseguito la laurea e questo è un dato da evidenziare per quanti riconducono il fenomeno della violenza alle donne a uno status sociale,culturale ed occupazionale. Ha risposto alle nostre domande l’avvocato Loredana Piazza, esperta in diritto penale della famiglia, socio fondatore e presidente dell’Associazione Thamaia Onlus.

  • Cominciamo con una domanda un po’ leggera, come nasce il centro Thamaia e da cosa deriva la scelta di questo nome?

L’Associazione Thamaia Onlus, costituitasi nel mese di aprile 2001, nasce dall’iniziativa di un gruppo di donne che, a partire dall’attività di ricerca relativa al progetto “Urban – Rete Antiviolenza tra le città d’Italia”, hanno operato la scelta di utilizzare le loro differenti professionalità al servizio di tutte le donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà o a subire qualunque forma di violenza (dal maltrattamento all’abuso sessuale, dalla deprivazione economica alla violenza di tipo psicologico).

Tamaya è il nome di una pianta che, secondo una delle versioni di un’antica leggenda dei popoli del Sud America, nacque nel deserto dal pianto disperato di una donna stuprata e abbandonata (ma c’è anche la versione che narra di una pianta rifiorita e trasformatasi in Dea). In ogni caso, la Tamaya simboleggia la rinascita e l’attaccamento alla vita; da qui, con l’aggiunta di una “h”, si è scelto il nome.

  • Sul vostro sito ho appreso che dal 2007 il vostro centro non riceve più aiuti dalle istituzioni, eppure i problemi di violenza sulle donne sono all’ordine del giorno. Come si spiega tanta indifferenza da parte dello Stato?

Per essere ancora più precisi, da quando è nata, l’associazione non ha mai avuto convenzioni né finanziamenti diretti. Ha partecipato a vari bandi con propri progetti; quello a cui Lei fa riferimento è un progetto APQ (accordo di programma quadro, bando a valenza regionale vinto da Thamaia), che ha consentito di tenere aperto il Centro Antiviolenza e ad aprire la Casa-Rifugio “Miral” a indirizzo segreto, ove poter mettere in protezione le donne e i loro bambini. Tale progetto è durato dal 2004 al 2007, la casa aveva 7 posti letto ed era sempre piena; ma alla scadenza nessun ente, regionale, provinciale o comunale ha inteso dare continuità a tutto il lavoro svolto (e a tutti i soldi spesi). Pertanto, con molto dispiacere, abbiamo dovuto chiudere la Casa e scelto di continuare a tenere aperto il Centro Antiviolenza grazie al nostro operato gratuito, a qualche donazione privata e della Tavola Valdese, a piccoli progettini che a malapena ci consentono di pagare le spese vive di locazione e utenze. Da poco abbiamo vinto un progetto a valenza nazionale, ma da novembre non abbiamo ancora ricevuto alcun accredito dal Ministero.

  • Nonostante le difficoltà come riuscite ad aiutare le donne ?

Tutte noi, operatrici e responsabili del Centro, abbiamo un altissimo senso civico e continuiamo a prestare la nostra opera gratuitamente, pur di non abbandonare o respingere le donne e i piccoli bambini che ci chiedono aiuto. Poi ci sono le spese di locazione, le utenze, la cancelleria, etc…per queste, ci affidiamo a raccolta fondi, a piccole donazioni anche delle stesse socie, agli scoperti in banca e alla pazienza del padrone di casa!  E’ ovvio che in questa situazione non è possibile andare avanti, poiché un servizio pubblico di tale portata, peraltro riconosciuto dalle stesse Istituzioni, non può esser erogato a singhiozzo e lasciato a prestazioni d’opera gratuite e a una continua ed affannosa ricerca di qualcuno che paghi le bollette e l’affitto. La mancanza di risorse ci impedisce di fare tutto quello che vorremmo e che in altri Paesi si fa, invece, in maniera strutturata. Ad esempio, da ultimo la trasmissione televisiva di Iacona “Presa Diretta”, ha mostrato le strutture di Roma e di Bolzano, sottolineando l’importanza dei finanziamenti istituzionali per un ottimale funzionamento del servizio. 

  • In un articolo diffuso dall’Ansa, erano riportate statistiche sconcertanti. 124 donne uccise in Italia nel 2012, e l’82% delle violenze domestiche avviene davanti ai figli. Una duplice violenza dunque. Riuscite con il vostro centro a offrire assistenza ai figli di queste donne?

Sì. Aiutare le madri significa già aiutare i bambini vittime di violenza assistita. In aggiunta, offriamo un servizio di educativa specifico, con personale specializzato e formato appositamente.

  • Parlando di Catania, potreste offrirci qualche dato sulla diffusione di questa piaga sociale in modo da rendere più consapevole la cittadinanza?

Dal 2003, anno in cui abbiamo aperto il Centro, ad oggi, abbiamo accolto una media di 200 donne l’anno. Dall’inizio dell’anno, sono già 59 casi di donne che hanno chiesto aiuto, e 26 segnalazioni da privati e servizi (sono i casi che ci segnalano ma poi le donne non chiamano, che potremmo catalogare nel c.d. sommerso).

  • Qual è la paura più grande delle donne che aiutate?

Le paure sono tante, e così pure le difficoltà. Le maggiori sono: non essere creduta e non farcela; essere uccisa o che venga fatto del male ai bambini; che il colpevole resti impunito e possa attuare ritorsioni…

  • C’è una correlazione tra la violenza e l’isolamento della donna dal proprio ambiente sociale, familiare?

Assolutamente sì. L’isolamento consente al maltrattante di agire indisturbato e di incutere maggior terrore, poiché sa che la donna non ha nessuno cui rivolgersi per chiedere aiuto.

  • Molte donne paradossalmente si vergognano o addirittura sono convinte dai propri parenti a non denunciare, a “sopportare”. Che cosa potete dire oggi a queste donne per aiutarle a uscire da questa drammatica situazione?

Certamente non è facile; non si esce dalla violenza in un attimo o con una denuncia. Il percorso è lungo e difficile  ma molte donne riescono a rifarsi una vita, se non con l’aiuto dei familiari, di certo con l’aiuto dei Centri Antiviolenza e degli operatori pubblici specificamente formati sulla tematica

  • In questi anni è stata fatta parecchia informazione sullo stalking. Ma c’è una forma di violenza più subdola e di cui forse non si parla abbastanza, che è quella psicologica. Com’è possibile riconoscerla?

Potremmo dire, generalizzando, che per violenza psicologica si intendono atteggiamenti sia intimidatori e minacciosi, sia vessatori e denigratori da parte del partner, nonché tattiche di isolamento messe in atto dallo stesso.

Ad esempio, spaventare con gesti, sguardi e parole, minacciare di violenza fisica o di morte il partner, minacciare di far violenza ad altri familiari e/o ai figli, violenze contro gli animali domestici o danneggiamento degli oggetti personali di valore affettivo per la donna, persecuzioni telefoniche o scritte, ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni pubbliche e private, ridicolizzazioni e svalutazioni continue, denigrazione ed umiliazione pubblica e privata, la condotta del marito che costringa la moglie a sopportare la presenza della concubina nel domicilio coniugale, oppure quelli del marito che non solo compie atti di infedeltà, ma di questi se ne vanta al fine di mortificare ancor di più la moglie. In molti casi, il maltrattamento psicologico è così pesante che si ha un vero e proprio lavaggio del cervello: si tratta di una violenza subdola, che mira a combattere l’identità dell’altra ed a privarla di ogni individualità, che si consuma nell’ambito di un rapporto perverso di coppia, in cui uno diventa l’aggressore e l’altro l’aggredito, uno il violento e l’altro la vittima.

  • Oggi, quali sono gli strumenti che mancano maggiormente a Catania per aiutare le donne in difficoltà?

Combattere la violenza di genere richiede un impegno su molteplici fronti. A Catania c’è un Centro Antiviolenza, c’è una Rete Antiviolenza che comprende, tra gli altri, la Questura, I Carabinieri, gli Ospedali, l’ASP, i comuni di Catania, Misterbianco, Motta, Randazzo, e a breve anche altri comuni e la Polizia Postale. Anche la Procura della Repubblica vede impegnato un pool di Magistrati, cosi come vi è una sezione dibattimentale del Tribunale dedicata a questi reati. Quello che manca, rispetto ad altre regioni ed altre città, è il riconoscimento non formale ma sostanziale del lavoro dei Centri, attraverso strumenti di finanziamento (es. convenzioni per l’affitto e le utenze, concessione in uso di beni immobili, etc) che consentano un lavoro stabile, continuo e strutturato non solo ai Centri ma a tutti gli operatori della Rete: un Centro Antiviolenza, messo in condizioni di lavorare bene, non può che essere una risorsa per gli operatori e perciò per le donne del territorio.

Un’altra cosa che dovrebbe essere più attenzionata  e periodicamente rivisitata è la formazione degli operatori, a tutti i livelli. Senza la formazione adeguata, qualsiasi Rete diventa un contenitore vuoto.

  • Dal punto di vista legislativo, ritenete efficace l’intervento dello Stato a difesa delle donne?

Le leggi sono fatte per essere migliorate, sempre. La legislazione italiana in materia, soprattutto se paragonata a quella dei Paesi di cultura anglosassone e dell’Europa del Nord, potrebbe di certo essere migliorata; ma, occorre dirlo, non è tra le peggiori a livello internazionale. Il punto è che non è solo con le leggi che si combatte la violenza di genere, bensì con un cambiamento culturale che parta dalle generazioni più giovani.

  • Come può ogni singolo cittadino aiutare il vostro centro e le donne?

E’ possibile donare il 5 x mille, inserendo nella dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 93110050874. Fare delle donazioni tramite bonifico bancario intestato ad: Associazione Thamaia Onlus, BANCA PROSSIMA codice iban: IT39U0335901600100000069192. Donare dei libri. Realizziamo anche bomboniere solidali.

  • C’è  una frase o un motto che rivolgete alle donne che aiutate e che vi sentite di condividere con noi?

Uscire dalla violenza si può

Grazie per la vostra disponibilità e per l’aiuto che offrite alle donne.

Il centro è rintracciabile al numero telefonico 0957223990 tutti i giorni dalle 8,30 alle 14,30 e il martedì e il giovedì dalle 14 alle 20. Inoltre è importante non dimenticare il numero della rete antiviolenza 1522 istituito dal Ministero per le pari opportunità. Unendoci alle parole dell’avvocato Piazza ricordiamo che “uscire dalla violenza si può”.

Rosa Rita Bellia

DATI DEL CENTRO ANTIVIOLENZA THAMAIA – Anno 2012

Totale donne che si sono rivolte al Centro Antiviolenza 206

Segnalazioni da parte di terzi (privati e servizi): 86

ANAGRAFICA DELLE DONNE

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