Pubblicato il: 22 novembre, 2013

Web Tax, il bilancio dello stato si aggiusta via internet

roulette_gioco_azzardoSi sa, in Italia la creatività non manca ed anche il Governo italiano tira fuori un’ultima sorpresa dal cappello: si chiama Web Tax e sarà una delle tante invenzioni che avrà l’obiettivo di far quadrare i conti dello stato, sempre più alle prese con una coperta troppo corta, se non addirittura bucata.

L’allarme arriva anche dall’Europa: si rischia di sfondare il tetto del 3% del rapporto deficit/pil, per cui la soluzione a breve termine non poteva che essere l’introduzione di una nuova tassa. Ed ecco che il presidente della Commissione Finanze della Camera, Francesco Boccia, ha ideato proprio questa web tax, ribattezzata anche “tassa Google”, per colpire quelle società che vendono prodotti e servizi in Italia, ma che pagano le tasse all’estero, in paesi a fiscalità agevolata, quali Irlanda (Google) o Lussemburgo (Amazon).

L’obiettivo dichiarato, secondo Boccia, è quello di combattere il “dumping fiscale”, ovvero la “concorrenza sleale” di paesi a tassazione agevolata che attirano investimenti dall’estero. Insomma, per chi vende prodotti e servizi nel nostro paese (compresa la pubblicità) sarà obbligatorio aprire una partita iva in Italia e pagare le tasse come le aziende che hanno sede in Italia. Questo, secondo quanto dichiarato da Boccia, riguarderà quindi anche “il poker on-line, e altri giochi sul web, le cui piattaforme sono per la maggior parte all’estero”.

Vengono a questo punto i primi dubbi: quali saranno i siti di poker, casinò online e i siti italiani di slot virtuali che saranno colpiti da questa nuova web tax? Non è chiaro infatti se si fa riferimento a quei siti che non hanno licenza in Italia e quindi operano senza autorizzazione, oppure se fa riferimento anche a quei siti di poker e casinò che, pur avendo licenza rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, hanno comunque sede all’estero.

Nel caso di società di casinò e poker online non autorizzate probabilmente non ci sarebbero problemi (resterebbe ovviamente la difficoltà di obbligare queste società ad aprire partita iva in Italia), ma per le società che operano regolarmente e con licenza, resta il problema della doppia tassazione. Gli operatori autorizzati infatti, oltre ad aver pagato il costo della licenza, già pagano le tasse in Italia, con il PREU (prelievo erariale unico) applicato dal nostro erario: insomma richiedere in questi casi una web tax aprirebbe scenari molto complessi ed ingarbugliati.

Ma se davvero questa è la “tassa Google”, siamo sicuri che non la pagheranno alla fine i soliti italiani? Google in Italia infatti fornisce anche servizi pubblicitari, come il noto Adsense, che consente a piccoli e grandi editori di fare ricavi con la pubblicità. Aumentando le tasse anche su questo, il rischio è che Google, ed altri provider pubblicitari con sede all’estero, possano garantire minori ricavi agli editori e quindi saranno alla fine i publisher italiani a pagare la web tax.

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