Pubblicato il: 18 Dicembre, 2009

Intervista a Francesco Merlo

merloFrancesco Merlo è l’editorialista di “Repubblica”, ha pubblicato nel 2009 con la casa editrice Bompiani  il libro “F.a.q. Italia”. Ci incontriamo un pomeriggio e ci sediamo davanti ad una tazza di tè;  lui è reduce da una lunga e piacevole  camminata nel trambusto di Catania.

1)      Come e quando nasce la tua carriera giornalistica?

La mia carriera giornalistica nasce quando frequentavo la terza elementare, già allora scrivevo in un giornale inventato da me. Mio padre era direttore della tipografia a “La Sicilia”, poi diventò direttore amministrativo, per cui io sono cresciuto in una tipografia; passavo le giornate lì e, ancora oggi, ricordo esattamente come si preparava una pagina di giornale. Ho sempre avuto a che fare con i giornali e quando sono entrato nell’età della ragione ho fatto sì che ciò diventasse anche un lavoro.

2)      Hai seguito dei modelli?

Ho avuto moltissimi modelli e nessun modello in particolare, non ho dei maestri ben precisi, copiavo alcuni giornalisti famosi, il mio primo articolo lo pubblicai con Pippo Fava ed era la recensione ad un suo dramma teatrale, poi tra i vari nomi non posso non citare Nino Milazzo, Enzo Magrì, Giorgio Bocca  (che oggi, però, non amo) e Montanelli.

3)      Cos’è la scrittura per te?

La  scrittura è la forma di comunicazione migliore che io conosca, la più accurata. Molti pensano che prima bisogna avere delle idee e poi si possa scrivere, in realtà uno comincia a scrivere e nel frattempo vengono le idee, la scrittura produce idee: credo sia un modo di esprimere ma anche di nascondere, scrivi ciò che vuoi dire e contemporaneamente celi quello che non introduci. Da ragazzo per esercitarmi con la scrittura facevo delle lunghe dissertazioni scritte che mi auto-infliggevo, per es. la differenza tra nozione di concetto e il concetto di nozione.

4)      Quanto della propria coscienza un giornalista sacrifica o, al contrario, trascina nella visione dei fatti?

Il giornalista deve esprimere la propria coscienza, l’articolo serve a tirare fuori la sua coscienza, dopodiché bisogna tener conto del contesto dove si scrive, quindi in un certo senso si ha un doppio contratto, uno con se stesso e uno con il giornale per cui scrive; non si deve violare né l’uno né l’altro, se la coscienza o l’editore diventa schiacciante, in quel caso il giornalista deve lasciare il giornale. Prima ancora che con i propri lettori  la prima lealtà è nei confronti di se stessi.

5)      Credi nelle posizioni ideologiche dei giornali?

Io non amo le posizioni ideologiche, perché danneggiano.

6)      In Italia vi è libertà di stampa? O si è spesso minacciati dalla manipolazione dell’informazione?

Sì, c’è libertà di stampa e ci sono anche dei rischi che la libertà corre, ma i rischi ci sono sempre stati. Oggi, tuttavia, è impossibile bloccare la libertà di stampa, non siamo in regime fascista e anche se volessero imporlo non riuscirebbero perché ormai le notizie si infilano ovunque: c’è internet, c’è la piazza, ci sono le università.

7)      I tuoi colleghi dei giornali esteri sono oggettivi nel descrivere i fatti politici italiani?

Nessuno è obiettivo, l’obiettività non esiste, ognuno mette se stesso nel raccontare un fatto, l’importante è che il lettore lo sappia. L’obiettività è un’invenzione di quelli che non sono obiettivi e hanno paura a dirlo. I giornali stranieri sono orientati spesso dai giornalisti italiani.

8)   L’opinione pubblica è un elemento incisivo nei giudizi e nella trasformazione dei processi storici?

Prima di tutto bisognerebbe definire cos’è l’opinione pubblica e non è semplice, teoricamente i giornali dovrebbero essere l’espressione dell’opinione pubblica, ma essa non è una manifestazione di piazza, è un vento, un’atmosfera, un modo di pensare, è quello che i tedeschi chiamano lo spirito del tempo.

9)  Cos’è, secondo te, la ‘credibilità’ di un giornalista?

La credibilità è qualcosa di impalpabile dentro la sua scrittura, equivale anche alla sua autorevolezza: il fatto che non imbrogli, il fatto che sia consapevolmente fazioso e che i lettori ne siano consapevoli, il lettore si accorge quando il giornalista imbroglia o mente.

10)  Uno sguardo sulla Sicilia, l’Isola in cui sei nato. Quanto è in grado di offrie oggi questa terra  in termini di Cultura? Quanto, invece, in termini di futuro per i giovani?

Chi vive in una zona marginale ha problemi in qualsiasi luogo, quindi non è un problema della Sicilia. Chi non è d’accordo con determinati giornali territoriali ne inventi degli altri, oggi non è più costoso realizzare o fondare un giornale, si inizia a farlo e si tappezzano i muri della città per farlo conoscere, con cooperative, vendendo le copie. Tutti pensano che debba arrivare il grande editore che scovi i talenti nascosti nelle loro case. Non è così, se si hanno cose da dire e la passione, si agisce intanto. Il monopolio esiste perché è sancito dalle leggi dello Stato, è stato così per tanti ambiti e  succede anche qui, ma ci sono anche le leggi che aprono alla libera concorrenza, alla libertà di iniziativa.

11)   In questi tempi di vacche magre quali sono i tuoi consigli per coloro che vogliono intraprendere la faticosa strada del giornalismo in Sicilia?

I percorsi ideali o adeguati non esistono, almeno nel giornalismo; i percorsi irregolari non sono meno validi di quelli regolari. La formazione di un giornalista rientra dentro tante cose che hanno a che fare col talento, con la voglia, col carattere, la tenacia, dopodiché uno può arrivare al giornalismo dalla medicina, dalla storia o dalla voglia di lavorare subito. La cosa fondamentale è coltivarsi, e la tenacia vale quanto il talento, perché il giornalismo, come altre professioni, può all’inizio essere una strada difficile, umiliante, studiando dentro le istituzioni, o per conto proprio. L’irregolarità è una delle strade attraverso cui si arriva. Non devono però mancare: tenacia, talento e studi.

Saluto Francesco Merlo e uscendo dal bar assisto ad uno spettacolo di luci: i palazzi e le chiese barocche, le strade illuminate a festa, il via vai delle persone. L’atmosfera ovattata invita a inalarne le acri fragranze.  Strade ‘irregolari’,  poco curate, vie anonime e poco illuminate… Ma sì, alla fine le strade possono essere percorse anche a piedi.

Sabina Corsaro

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