Pubblicato il: 18 Febbraio, 2009

La Cina è vicina: itinerario in bici da Parma a Ferrara

luca-colnaghi-la-cina-e-vicinaCentonove sono i chilometri che separano Parma da Ferrara, due delle città più importanti dell’Emilia dopo Bologna. Centonove, che in moto – perché ricordiamo siamo nella patria della Ducati e del motociclismo nazionale – non sono molti, ma che in bicicletta si fanno sentire un po’ di più. Il percorso è suggestivo, ricorda le vedute di Luigi Marchesi e del Carmignani, con differenti gradazioni di colore animate dalle sfumature dell’entroterra. Scegliendo un itinerario più defilato rispetto ai nuclei abitati è possibile sentirsi un po’ Nilla Pizza, per Lei, e Giuseppe De Santis, per Lui. Parliamo di papaveri, papere e riso, più che amaro sicuramente affaticato visto il chilometraggio. Una via crucis tra la filo deandreiana Sant’Ilario d’Enza, Carpi, Camposanto e Buonacompra. Se non si è dei tonici Bartoli è bene una tappa a metà del tragitto. Piazza dei martiri a Carpi sembra sposare la nostra causa ciclistica e la lotta ad ogni aggregato adiposo accumulato durante l’anno. Per i più ostinati il rischio è di prendere alla lettera il nome della città successiva trovandosi a fischiettare una messa da requiem. Forse quella di Verdi, a maledire il momento in cui l’ennesima fetta di Parmacotto ci ha condannati a questa espiazione sportiva. Ma è a Ferrara che, come ne Le figlie della Luna di Calvino, ci troviamo di fronte ad un vero cimitero di rottami. Biciclette ovunque in zona stazione, per ricordarci che l’Emilia non è solo terra di motori, ma è prima di tutto rossa, perché la Cina è vicina come ci suggerisce Antonioni.

Aristocratiche, eleganti e raffinate. Queste sono Parma e Ferrara. Una sonnecchia modi prima della rivoluzione. Sarà l’inverno, sarà che è sabato, ma le vie sono deserte sino al tardo pomeriggio se si esclude la calca al mercato mattutino vicino Palazzo della Pilotta. Ferrara, invece, al nostro arrivo è più viva che mai. Mi chiedo se non vi sia un qualche fuso orario, un sortilegio firmato Zemeckis (che nel dialetto locale si legge scesmechis), perché la città è in piena fase sabato del villaggio con ventiquattrore di ritardo. Qui la rivoluzione è già avvenuta, secoli fa sicuramente quella spaziale con la costruzione della parte rinascimentale, Aria Nova, che ha dato ragione d’essere alla prospettiva e alla carta geografica, tant’è che il Tasso la celebrò nella sua Gerusalemme Liberata. L’Emilia è terra di tradizioni. Spazio e tempo scanditi dalla clessidra dei raggi della ruota, delle gocce di sudore che il freddo trasforma in ghiaccioli. Con un giorno in più si arriva a Comacchio, del resto solo altri cinquantadue chilometri. Il paesaggio cambia, questa volta la strada traccia serpentine tra stagni, paludi, cave di argilla e ghiaia. Accompagniamo il Po al mare, da quell’ultimo orizzonte, finis terrae del nostro itinerario e salutiamo la Cina che abbiamo inseguito sulle vie di questo locale Polesine fino ad un metro sotto i pesci. Ni hao!

Luca Colnaghi

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