Pubblicato il: 27 Ottobre, 2009

La notte dei pubblivori

la notte dei pubblivoriTutto avremmo potuto aspettarci, ma di pagare per vedere delle pubblicità forse no. Eppure la grande abbuffata degli spot è ormai un evergreen atteso ogni anno. Milano e Roma ospitano una maratona lunga tutta una notte con tanto di corredo di snack, patatine e altre amenità alimentari. Product placement nell’ultima versione del living Theatre. La notte dei pubblivori, quintessenza dell’affezione acuta di teledipendenza, è l’ennesima prova che all’interno del flusso televisivo la pubblicità è un genere a tutti gli effetti. Ha le sue regole, i suoi standard qualitativi e formali. Ultimamente anche più alti dei veri e propri programmi, perché con soli 30’’ anche il trash deve essere efficace. Un vero e proprio linguaggio, forse a volte troppo enfatizzato: chi si ricorda lo spot lirico per Mr. Spazzaneve ne I Simpson? Ecco, voi direte nonciazzecca, ed invece si. Studi retrospettivi su Carosello, con tanto di clinex e lacrimuccia, poi agli inizi del nuovo millennio una bella mostra in Triennale, Dreams, versione consumistico – volitiva del come eravamo. Oggi la proiezione su un maxi schermo. Il giusto risarcimento per la cugina bistrattata del cinema. La si vede assieme, la si commenta. L’ultimo grande rito sociale per il blob della reclame. Se i detrattori ritengono di esercitare il diktat del telecomando ai primi sentori del «restate con noi, non cambiate canale» è anche vero che la pubblicità sforna più cult e nuovi idoli che il cinema. Il Signor Buonaseeeera brevettato dalla Fiat, imperatore di tutti i tormentoni. Così efficace da vampirizzare il marchio reclamizzato. Lo chef Tony e i suoi Miracle Blade: l’interrogativo attorno alla natura del buco in cui il gaudente ciccione infilava qualsiasi cosa tagliata e sminuzzata dalle sue lame è paragonabile agli interrogativi ultimi umani, su Dio, sull’immortalità di Andreotti sull’antimateria. La petizione nazionale per la restituzione del posto di lavoro all’ormai senile bambino Kinder.  Per non parlare della sigla del mercatone dell’arredamento di Fizzonasco, località altrimenti ignorata dallo scibile umano e dalla memoria geografica. Ci vorrebbe un museo. Non scherzo. Perché se Calvino diceva siamo quello che buttiamo, oggi anche il consumo è distintivo nonostante spesso sia solo schizofrenico. C’è chi come l’ideatore della rassegna Jean Marie Bouriscot ne colleziona gelosamente frame nella Cinémathèque parigina, chi a fine maratona – le 4 del mattino per intenderci – inizia ad inneggiare per una replica immediata. La dieta è delle più ricche: si va dall’amarcord in bianco e nero, alla pubblicità censurata, al piccolo gioiello girato da qualche regista. Perché, anche se a molti di loro non piace ricordarlo, un po’ tutti ci passano. Fa cassetta. L’organizzatore della versione italiana, Riccardo Cioni dell’Agenzia La buccia, lo sa bene. L’estasi del consumismo è il vero antidoto alla crisi. Grazie Baudrillard.

Luca Colnaghi

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