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La Sicilia ha una “storia segreta”

Sessantadue anni fa, alcune migliaia di lavoratori si radunarono sul pianoro di Portella della Ginestra. Come ogni primo maggio, i luoghi resi sacri da Nicolò Barbato, medico socialista di Piana degli Albanesi e fondatore dei Fasci, furono scelti per la celebrazione della Festa dei Lavoratori. Ad aspettarli, fin dall’alba, trovarono il fuoco degli uomini delle “Squadre d’Azione Mussolini”, di Cosa Nostra e della Banda di Salvatore Giuliano. È l’antefatto della prima strage dell’Italia repubblicana: undici morti e ventisette feriti diedero il via a quella scia di sangue che, negli anni a venire, avrebbe sommerso il movimento democratico e popolare dell’isola. I parenti delle vittime e i militanti del sindacato capirono subito che cosa stava accadendo. Solo mezzo secolo dopo, è stato possibile ricostruire una verità documentaria di sicuro valore storiografico. L’apertura degli archivi del Dipartimento di Stato americano e dell’Office of Strategic Services, ha consentito di ricostruire il quadro degli anni compresi tra lo sbarco Alleato in Sicilia e la fine dei governi d’unità antifascista. Avvalendosi di questi documenti e dei materiali desecretati da una Commissione parlamentare d’inchiesta all’inizio degli anni Settanta, lo storico siciliano Giuseppe Casarrubea ha pubblicato nel 2005 un lavoro di alto profilo su queste vicende: “Storia segreta della Sicilia”. È un saggio che rievoca la memoria di giorni che oggi non si celebrano più, che sembrano appartenere non a un altro secolo ma a un altro millennio. La nostra storia recente, le vittime del laico martirio per la religione civile chiamata “Repubblica democratica” ci appaiono come pagine ingiallite, seppellite sotto una coltre di cemento. Cosa rimane di quella Sicilia, terra di straordinarie forze produttive, di vitalità economica, d’intelligenza sociale e politica? Non sarà la “damnatio memoriae” di quei fatti cruenti e di un’epoca intera, la cartina di tornasole di una strage sociale e politica che somiglia a un etnocidio? Sono temi estranei alla propaganda dei neoautonomisti, degni eredi di quel Movimento Separatista Siciliano che tanta parte ebbe nei delitti del secondo dopoguerra, in diretto collegamento con Cosa Nostra, i neo-fascisti e i servizi segreti americani. No, non è la Sicilia del latifondo e dei campieri che rimpiangiamo, e nemmeno quella degli anni di cemento, di Ciancimino e dei Cavalieri. È un rimpianto che riguarda quel che doveva essere e non è stato; per un’isola ricca di risorse, culla del primo movimento di massa dell’Italia unita, promotrice d’istanze e di modernizzazione che avrebbero potuto far progredire l’intera nazione. La Sicilia disponeva delle forze per cambiare se stessa e l’Italia. Per impedirlo, attori interni ed esterni hanno scatenato sull’isola quella “guerra a bassa intensità” di cui ha scritto il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino. È questa la Sicilia che bisogna ricordare per iniziare a ricostruire. La nostra Storia, e non solo.

Enrico Sciuto