Pubblicato il: 7 Aprile, 2009

L’intellettuale scende dalla torre d’avorio

eugenio-montale_97113Venerdì 3 aprile l’auditorium del Monastero dei Benedettini ha ospitato uno dei più grandi critici letterari del panorama contemporaneo, stimato dai colleghi ma soprattutto dagli studenti di licei ed università: Romano Luperini. La conferenza “Montale e il fascismo: simboli, allegorie e condizione storica“, organizzata dall’A. D. I.-Catania ha appassionato gli astanti sia per la chiarezza dei discorsi esplicitamente voluta dal docente, consapevole della necessità di rivolgersi agli studenti in maniera semplice, sia per i puntuali riferimenti all’attualità che hanno dato modo di riflettere sul ruolo dell’intellettuale, paragonando due periodi storici che, sebbene diversissimi, rischiano di rivelarsi legati da inquietanti analogie. Partendo da un’analisi del contesto storico e culturale italiano degli anni ’30, Luperini ha spiegato come gli intellettuali del tempo si dividessero fra appartenenti al regime (dimostrando acutamente come la spiegazione dell’ascesa del fascismo attraverso il binomio totalitarismo-ignoranza risulti riduttiva) ed afascisti, che prendevano le distanze dal regime in maniera pacata, decidendo di secedere, rinchiudendosi nella “torre d’avorio” e dedicandosi esclusivamente alla cultura; esistevano ovviamente anche gli antifascisti, ma la loro voce veniva subitamente zittita dal regime. Montale faceva parte di quella maggioranza di intellettuali che, loro malgrado, preferirono celare i loro pensieri dietro allegorie e simboli: un facile ripiego che nessuno di loro fu forse orgoglioso di aver adottato ma che, in quel momento, risultava inevitabile per sfuggire alla censura. Ecco quindi che la seconda raccolta poetica montaliana, “Le occasioni”, racconta attraverso immagini eteree e linguaggio allusivo (ma mai ermetico) il dolore esistenziale, l’importanza della memoria, l’amore per Clizia, il ripiegamento verso l’interiorità.  Luperini, attraverso la lettura di una bellissima poesia intitolata “Nuove stanze“, ha spiegato come con i consueti temi-cardine della raccolta poetica (contrasto fra interno ed esterno, lo sguardo di Clizia), Montale volesse in realtà trasmettere un messaggio circa il ruolo dell’intellettuale nella società fascista: i poeti dovrebbero scendere dalla torre d’avorio, soffiare via quella cortina di fumo che impedisce di vedere la realtà, fuori:  «[..] s’apre la finestra/ non vista e il fumo s’agita. Là in fondo/altro stormo si muove: una tregenda/ d’uomini che non sa di questo tuo incenso..». Il docente ha quindi suggerito un parallelismo, con  tutte le cautele del caso, fra passato e presente, per capire come sia cambiata la figura dell’intellettuale: sebbene il letterato oggi sia radicalmente diverso da quello di ieri, si profila il rischio per gli scrittori di doversi isolare in temi e forme avulsi dalla realtà, a meno che, come Saviano, essi non decidano di scendere per strada, restando sempre e comunque dei marginali che non possono più proporre alcuna ideologia, ma che scelgono coraggiosamente la strada, il pericolo, lo squallore.

Ornella Balsamo

Lascia un commento

Devi essere collegato to post comment.