Pubblicato il: 13 Marzo, 2010

Mary and Max

Una ragazzina australiana di otto anni e un grigio e obeso uomo ultra quarantenne della grande mela, New York. Sono i protagonisti di “Mary and Max”, film d’animazione, diretto da Adam Eliot e  inspiegabilmente bistrattato dall’Academy. Film d’animazione, in questo caso, non corrisponde a film leggero o banale. Grazie alla Pixar siamo abituati, già da qualche anno, a vedere dei prodotti d’animazione estremamente maturi, ma “Mary and Max” si colloca su un altro livello, andando a toccare temi quali la solitudine, l’obesità, la depressione, l’alcolismo e il suicidio. Non è però un film drammatico: tutto è trattato con una delicatezza e un brio tali (come non ridere di gusto alla convinzione della bambina che i neonati, in America, escano dalle lattine di Coca-Cola, e alla successiva risposta di Max) da raggiungere un’ideale equilibrio tra pathos e commozione. Max, inoltre, è affetto da una particolare forma di autismo, la Sindrome di Asperger, che lo porta ad avere gravissimi problemi nel relazionarsi con gli altri esseri umani e con il mondo. Conosciamo i personaggi attraverso le lettere che si scambiano per buona parte del film. Scopriamo così che la madre di Mary è un’alcolista e che Max ha frequenti attacchi di panico, che Mary non riesce a sorridere e che Max è ateo. Scopriamo tantissimi piccoli dettagli sulle loro vite e sulla solitudine che li circonda. Visivamente il film è una meraviglia, specie nella rappresentazione costantemente in bianco e nero di New York, a simboleggiare il mondo spento, ostile e privo di spunti che circonda i protagonisti.
Difficile pensare che “Mary and Max” non diventerà un punto di riferimento per i prossimi film d’animazione. Le scene che meritano di entrare nell’immaginario collettivo di ogni appassionato sono tante, dal finale a un’incredibile, e inaspettata, sequenza di un suicidio fatta di ricordi e rimpianti sulle note della celebre “Que sera sera” (Whatever will be) di Doris Day.

Tomas Mascali

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