Pubblicato il: 24 Luglio, 2009

Roberto Rimini:la fatica e la malinconia in arte

Rimini-RobertoRoberto Rimini, palermitano d’origine ebraica, si trasferì presto a Catania dove, nel 1927, allestì una mostra che fu illustrata in un catalogo la cui presentazione fu curata da Federico De Roberto. Nella città etnea lasciò dei lavori d’apprezzabile spessore artistico, come l’affresco che decora l’aula magna del Palazzo delle Scienze, (“I padri della Scienza”), per arrivare alla creazione di una serie di interessanti opere che poi entrarono a far parte di collezioni private.  I suoi quadri esprimono verità, semplicità di sentimenti e attenzione per il senso della fatica.  Dal punto di vista della tecnica adottata è assente la dimensione prettamente realista dell’immagine rappresentata: l’arte di Rimini potrebbe essere collocata a metà tra il divisionismo di Segantini e l’espressionismo nel suo stadio elementare. C’è in lui un uso cosciente dei colori complementari, della loro sovrapposizione (il giallo, che dà forma e luce ai limoni, ad esempio, all’interno di un enorme quadro quasi interamente monocromo, è in contrasto apparente con l’azzurro o con il verde che lo affiancano o lo macchiano; inoltre il viola fa più volte da contorno a molte delle figure dipinte). Le opere degli anni trenta sono costituite anche da serigrafie e disegni a sanguigna, tra i quali si trova “Sete”, (disegno su cartoncino in serigrafia che raffigura dei contadini mentre si dissetano davanti ad un pozzo con delle brocche in mano), il cui soggetto è ripreso anni dopo con l’aggiunta dei colori, col nuovo titolo “Al pozzo”.  Se ne deduce una personalità artistica dedita alla sperimentazione e quindi non propensa a soluzioni definitive. La costanza è invece per i temi trattati: la famiglia, i paesaggi, le nature morte, il lavoro agreste, quello marinaresco. Tornano spesso nei suoi dipinti le barche arenate sul molo d’Acitrezza, insieme ad uno sfondo di case dai colori variegati, accesi, che si specchiano su quelli del piccolo porto. La vita marinara, in particolar modo, è espressa da Rimini con la lente dell’immediatezza: i suoi occhi riproducono quello che vedono, senza scandire né forme né contorni, come per il “Trasporto delle reti”, dove un ammasso di colori raffigura una rete che è trascinata da figure che solo per intuito visivo, od impressione, rimandano a quelle dei pescatori.
Ma traspare dalle sue opere anche un perenne senso di mistero, come dimostrano “L’attesa”, quadro in cui lo sguardo profondamente malinconico della donna in stato interessante sembra infrangere i limiti dello spazio oltre la finestra e “Lo scialle nero”, inquietante allegoria della morte che richiama alla memoria l’omonimo titolo di una raccolta di novelle di Luigi Pirandello.  Il mistero, dunque, e la malinconia sono gli argini entro i quali sembrerebbe fluire tempestosa l’arte di questo artista; un’arte indisciplinata, alla continua ricerca di se stessa e che sembra tradire una predisposizione d’animo: quella intima del suo stesso artefice.

Sabina Corsaro

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