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Tra Connemara e contea di Galway

Sistemavo la cantina approfittando del trasloco, ed ecco saltar fuori le mie adorate scarpe da trekking. Quasi un anno che erano là ad annoiarsi. Perché no, mi son detto. Breve ricerca in rete per l’offerta più lastminute e sottocosto della storia, ennesimo proposito di piantarla con queste trovate, rottura del porcellino. Momento di sofferenza, poi Connemara. Ad ovest ci sono due possibilità. Le città della letteratura, dell’arte, della musica o le terre selvagge. Scelta ovvia. Anche perché vestito in questo modo non mi vedrei mai a fare lo splendido in qualche caffè letterario a parlare con qualche universitaria di Yeats. Una settimana, una media di 40km al giorno fanno qualche vescica, un po’ di acido lattico da smaltire e una dose sufficiente di emozioni per ritenersi soddisfatti. Il Connemara è noto per paesaggi desolati, ampie regioni di montagne brulle e laghi dalle acque chiare. A nord la contea di Mayo offre scorci di castelli diroccati, casette con tetto in paglia e torbiere. Pecore ovunque come i cumuli nel cielo. Ci sono più di cento tipi di nuvole in natura, ed in Irlanda il catalogo è completo e a disposizione del turista e del viaggiatore. A loro modo fanno da sipario, difatti Clifden ha pose da diva e fremiti da Bohèmien. Mi concedo un po’, poi proseguo. È come quando Forrest Gump aveva voglia di correre.

Il Connemara National Park ha un’estensione di duemila ettari. Parlano in Gaelico fino alle scogliere di Moher nel Burren, 210 metri di strapiombo di fronte alle isole Aran, molto più in là della forza che ho nelle gambe. Volo pindarico impressionante se penso ai lembi di campagna che giocavano con il mare alle mie spalle. Le Aran le vedo solo su un catalogo. Sono della generazione vittima di Spielberg, quelli che la caccia allo squalo non la san proprio fare. Finisce sempre male. Flaherty capirebbe, anche lui in materia ha mentito spudoratamente, indi per cui al porto di Rosseveal faccio solo tappa mentale. In questa terra di acqua e cielo non si distingue facilmente il confine delle due regioni. Sarà che mi han detto che a Omey la marea fa brutti tiri, a volte si mostra come isola, altre come penisola. Le han fatto la coperta d’acqua troppo corta e a volte scopre i piedi. Yeats scriveva che «tutto ciò che è bello trascorre via come le acque», però qui uno alla lunga non ci capisce più niente. Risalgo lungo la Sky Road, ogni metro che percorro sogno la Norvegia e l’Atlantic Road. Tappa d’obbligo all’abbazia di Kylemore. Dopo St. Kevin nei sobborghi di Dublino, mi sono guadagnato anche il mio pezzetto di paradiso ad ovest. Un Risiko escatologico, perché in tempi di crisi anche questo va preso poco a poco. Sulla strada di Galway per l’ultima notte. Come all’inizio del viaggio, doppia scelta. Eyre Square in città, l’ombelico del mondo di ogni viaggiatore. Oppure l’ultima grande overdose di fotosintesi clorofilliana a Ballinfad, punto medio di una strada sospesa nel verde.

Luca Colnaghi