Pubblicato il: 13 Gennaio, 2009

Venticinque anni

pippofava1Cinque proiettili alla nuca in Via dello Stadio, venticinque anni fa. Da allora è cambiato quasi tutto: allora perché sentiamo Giuseppe Fava così vicino, ancora pronto a spiegarci Catania, col tono lucido e mai retorico di chi comprende, e perciò stesso non può tacere? Drammaturgo, romanziere, pittore e giornalista, Fava non era un uomo di Stato né un militante politico, semmai una delle migliori menti che la nostra isola abbia mai espresso. Nel suo vocabolario, la parola ‘mafia’ dismetteva il carattere ozioso delle discussioni specialistiche, da criminologi o magistrati, per parlarci della vita; della lotta per la sopravvivenza nelle periferie mostruose, della sofferenza dei tossicodipendenti e delle loro famiglie, della prepotenza di coloro che da quelle tragedie ricavavano fiumi di denaro da riciclare in attività legali per costruire imperi economici. Così quella parola, spesso taciuta o astrattamente evocata, diveniva incubo tangibile. Raccontava della “Milano del Sud”, di quel miracolo economico apparentemente inesplicabile. Fava non era un “giornalista antimafia”, del resto tale definizione non significa nulla. Un intellettuale, in un paese democratico, ha una funzione etica da assolvere, e lui lo faceva, trattando quel fenomeno criminale come un cancro del tessuto morale e civile, in grado di corrodere le fondamenta della società; “la tragedia che sta facendo vacillare la Nazione”, la definiva. Ebbene, questa è ancora oggi la mafia: un fenomeno moderno, manageriale, per nulla assimilabile allo stereotipo del gabellotto da latifondo. “Gli esecutori, i pensatori e i politici”, ci spiegava. I primi sono i manovali, i secondi gli ingegneri, gli ultimi, i mafiosi veri e propri.

Venticinque anni sono tanti, molti dei protagonisti sono morti. Eppure, rimane la Catania dell’illegalità diffusa, degli appalti truccati e delle clientele, della Procura più inerte della Repubblica Italiana e dello spaccio di cocaina e hashish nei quartieri popolari. Resta la Catania del racket, del monopolio mediatico oggi più soffocante che allora, mentre due “nuove” famiglie di rapaci immobiliaristi si dividono gli appalti pubblici. Una città che, con indici economici disastrosi, mantiene, in rapporto alla popolazione residente, il più alto numero di centri commerciali in Italia. Al partito unico del malaffare si è sostituito il bipolarismo degli affari, con corollario di pseudoautonomie e pseudolibertà concorrenti. Sì, Catania è cambiata in questi anni, ma in peggio. Se in Città l’informazione è morta, è solo per colpa di un monopolio, sempre più arrogante e totalitario? Troppo semplice. Sarebbe più utile ammettere che è venuto meno un argine. È una verità crudele, che riguarda l’autonomia intellettuale degli ‘operatori indipendenti’. Denuncia la loro incapacità di guardare al mondo con quello spirito critico, che è nulla senza l’attenzione al senso comune e alla concretezza delle cose. Venticinque anni dopo, riappropriarsi di una realtà sociale, brulicante di alienazione umana, é il minimo che si possa fare.

Enrico Sciuto

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