Pubblicato il: 23 Dicembre, 2009

Dieci inverni

Dieci inverni è un film dolce e malinconico. Timido, di quella timidezza garbata e un po’ ruffiana. La storia tutta nebbie e solitudini di Silvestro e Camilla è ambientata in una Venezia isola e Canali. Senza molte soluzioni di continuità spazio temporali, così che Venezia sembra simile a Mosca ed ogni anno sembra uguale a quello precedente, la storia di questa educazione sentimentale si concede senza malizie andando a toccare i tasti dolenti delle anime romantiche, ma lo fa con modo.

Si procede come in uno zibaldone di annotazioni che si proiettano in quadri in cui il mondo dei personaggi finge di cambiare, ma al massimo si limita ad oscillare tra uno dei due poli. Tutto fermo come in inverno, in attesa del disgelo in un abbraccio durante un ballo sulle note di Vinicio Capossela – che regala un prezioso e poetico cammeo interpretando la sua Parla Piano – che rende i due giovani  terribilmente distanti proprio nel momento del loro massimo avvicinamento.

Due protagonisti insolenti e allo stesso tempo deboli, che si rincorrono come lancette di orologi. Tempo dell’anima e stagioni della vita che giocano con una giovane coppia di attori, Isabella Ragonese e Michele Rondino, in grado di supportare notevolmente il già bravo Valerio Mieli, promosso a pieni voti al suo esordio.

Una bella fotografia di Marco Onorato, dialoghi credibili e non banali, ottimi attori, una presenza dietro la macchina non invadente. Mettiamoci anche dei fondi statali ed esteri provenienti dalla Russia ed il gioco è fatto. Il film non è immune ai normali errori comprensibili in un esordio, ma dimostra subito di essere opera coscienziosa e soprattutto firmata non da chi vuole strafare ma sa prendersi il suo tempo. Fossero anche dieci anni.

Il walzer delle ritrosie, delle frustrazioni, delle relazioni tappabuco dura un decennio, e sul finale il sospetto crescente che la storia lasci l’amaro in bocca come in Come Eravamo (The way we were, Sidney Pollack 1973).

Luca Colnaghi

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