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Kabul: la lunga marcia delle donne “negate”

30 luglio 2012, di   Stampa articolo Segnala articolo  

donne-con-burqaDal ministero degli affari femminili fino al quartier generale dell’Onu: questo è stato il percorso delle donne in marcia a Kabul lo scorso 11 luglio. Il corteo è sceso in strada per protestare contro l’ennesima fucilazione, compiuta a 100 km a nord della capitale afgana, ai danni di una 22enne adultera: la scena, ripresa in un video shock che ha fatto il giro del mondo, mostrava il marito che colpiva la donna alle spalle con una raffica di colpi, acclamato poi da decine di uomini che, come gli spettatori di una qualsiasi commedia, lo hanno ricoperto di applausi. Ma per renderci conto del clima di schiavismo e terrore in cui vivono le donne afgane bisogna fare un excursus storico che parte dal 1992, anno in cui il paese si trovava in una grave crisi. La storia ci insegna che, quando la situazione appare senza speranze, ad avere la meglio sono sempre i governi estremisti: fu così che il potere cadde nelle mani dei fondamentalisti islamici, convinti che le donne siano esseri inferiori, in grado solo di procreare, e che come tali devono stare chiuse in casa. Il loro governo, appellandosi alla legge islamica, ha subito preso di mira i loro diritti, costringendole al totale assoggettamento nei confronti degli uomini. Esse non possono partecipare alla vita sociale, economica, culturale e politica; non hanno diritto all’istruzione e non possono lavorare né spostarsi se non con l’accompagnamento di un parente maschio. Nel caso si ammalino, non possono ricevere cure da un medico che sia uomo, e se sono vittime di ingiustizie non possono rivolgersi alla legge senza l’intercessione di un parente maschio. I divertimenti ed il canto in pubblico sono a loro vietati, poiché la voce di una donna potrebbe “risvegliare” l’uomo: per lo stesso motivo esse non possono mostrare il viso in pubblico o lasciare intravedere le loro forme attraverso i vestiti (da ciò deriva l’uso del burqa), indossare colori sgargianti, truccarsi, portare i tacchi alti (i quali producono un rumore “peccaminoso”), viaggiare in veicoli privati con passeggeri di sesso maschile, parlare a voce alta o ridere in pubblico. Addirittura una legge del 2009 autorizza i mariti ad abusare di loro anche quando non sono consenzienti. Il loro corpo è un bottino di guerra per i vincitori, ed appartiene sempre a qualcun altro: soffocate e represse come streghe in grado di ammaliare ed incantare gli uomini, l’87% di loro è vittima di violenze nel corso della vita. La caduta del governo talebano dopo l’11 settembre non ha fatto altro che perpetuare queste condizioni: a prova di questo, l’attuale leader Karzai si è attorniato di ministri provenienti tra le fila di criminali e talebani di alto livello ed ha ottenuto il consenso degli Stati Uniti. Per le donne, niente è cambiato: sono ancora costrette ad indossare il burqa, a vivere tra le percosse, ad accettare gli stupri dei mariti e a pagare con visi sfigurati, lapidazioni e fucilazioni pubbliche il prezzo per l’essere nate donne.

Sara Servadei

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