Pubblicato il: 8 Giugno, 2010

L’inventore di favole

Stati Uniti, seconda metà degli anni ‘90 – Stephen Glass è un giovane giornalista presso la redazione del “The New Republic”, uno dei giornali più importanti ed affidabili in fatto di inchieste e politica. Brillante, con una buona penna e formidabili doti relazionali, Stephen ci mette poco a diventare l’astro nascente del giornalismo statunitense. Comincia così ad alternare il lavoro a tempo pieno al “The New Republic” con collaborazioni freelance presso importanti riviste come “Rolling Stones”, “Harper’s”, “George” e “Policy Review”. Ma con la fama e la visibilità dei suoi articoli arrivano anche i problemi. Iniziano a giungere in redazione segnalazioni su scorrettezze negli articoli, fino al maggio 2008, quando la bolla scoppia. Adam Penenberg, giornalista di “Forbes.com”, trova delle incongruenze in un articolo di Glass, indaga ed arriva alla conclusione che quanto scritto è frutto della fantasia di Stephen. L’indagine si allarga e viene fuori che quello non è l’unico articolo falsato. È l’inizio della fine della carriera giornalistica di Glass.

“L’inventore di favole” segna il debutto dietro la cinepresa di Billy Ray , già autore e sceneggiatore di molti film d’azione. Ray porta sullo schermo l’ascesa ed il declino del giornalista Stephen Glass, che, come una meteora, è passato nei piani alti del giornalismo americano per poi scomparire mestamente. I valori e l’etica del giornalismo vengono messi in secondo piano dalla smania di successo e di affermazione. Saranno quegli stessi valori e quella stessa etica a condannare l’operato di Glass e a causarne l’allontanamento dal mondo editoriale. Ottima la prova di Hayden Christensen, nei panni di Glass, adatto a rappresentare l’innocenza e la furbizia allo stesso tempo.

“L’inventore di favole” non si distingue certo tra i film di tema giornalistico, ma è senza dubbio utile nel portare sullo schermo una storia vera, una storia che possa servire da lezione a chi si avvia verso questa professione.

Diego Bonomo

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